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sabato 19 maggio 2018

ecco cosa mi sta accadendo

  Ecco ora che sta accadendo. Io ascolto un mix su you tube, e c’è Vasco Brondi che canta “all’estero…”, il figlio piccolo è di sotto a combattere con la matematica e con lo spettro della sua insegnante ingombrante. Ho appena osservato dalla finestra mia moglie, accompagnata dal figlio grande, che riempivano la macchina di panni usati, da portare al mercatino. Erano mesi che non li vedevo insieme così sereni. Ah, in verità ora sto cercando di scrivere di questi ultimi mesi per niente sereni, ma pieni pieni di fatti che prima o poi dovrò raccontare. Non riuscivo a farlo bene in questi mesi, quindi spesso ci ho rinunciato. Invece preferivo leggere cose tipo In esilio, Nati due volte, Nel nome del figlio, o pezzi su Basaglia, su Don Milani. In realtà preferisco scrivere struggenti quanto inutilmente liriche cose sui social. Non riesco a concentrarmi, a essere asciutto, a raccontare a un amico quello che sto passando veramente. Non è vero, ma qui mi piace camuffare la realtà, poiché ne ho parlato con alcuni amci e amiche del mio disastro che preannuncia un riscatto, sì, ché così mi piace esprimermi per incoraggiare la mia famiglia, quando, davanti a urla, pianti e porte sbattute pareva che stessimo scoppiando come quelle mongolfiere minuscole nei cieli americani. Preferisco uscire di più coi miei figli, e starmene lì ad ascoltare la loro musica in auto lungo le luminose strade di Roma; o vederli di spalle mentre sono in fila dal kebabbaro, oppure poco prima che cominci la lezione di musica, oppure ancora mentre si scatenano a furia di canestri durante gli allenamenti. No, in partita l’allenatore al grande non lo faceva giocare, per poi dire in allenamento che lui, il grande, gioca per la squadra, ma in allenamento non mi pare, spiffero nell’unico accenno di polemica in otto anni di mia frequentazione della palestra. Forse ci piace dare il meglio negli allenamenti? dietro le quinte, dietro una tastiera? Forse, e gli altri lo capiscono? Non credo che lo facciano, siamo numeretti, così come ci ha fatto capire l’insegnante che ieri non ci ha accolti, respingendoici con parole che puzzavano di burocrazia, facendo intendere che sarebbe stato meglio che il grande non si fosse trasferito da loro l’anno prossimo. No, nella mia gamma di patologie mancano le manie di persecuzione e questa insegnante con lunghi capelli bianchi, e nello sguardo cinque ore di battagie con gli adolescenti, con noi ha avuto un atteggiamento pessimo, costringendomi a perpetuare nei miei pensieri un’idea di scuola lontana anni luce dagli studenti: non gli ha chiesto neppure una cosa a lui, al grande, coi suoi sedici anni di insicurezze che gli uscivano dagli occhi. Ora quello che conta è che ci ascoltiamo di più, e che ridiamo meno istericamente nei venerdì sera euforici post settimane faticose. No, ora ridiamo di gusto, lavoriamo con più determinazione e andiamo a scuola grintosi, a parte il grande, che sta riprendendosi da anni di incertezze. La sua scuola in questo periodo sono gli incontri con il professore A., l'ascolto di canzoni, vedere i pezzi sul bullismio su Nemo, e anche le presentazioni dei libri a cui gli chiedo di partecipare, sempre con agganci musicali o per incontrare personaggi che piacciono anche a lui: Zoro, Gipi, Virzì, Lenzi, Brunori, ecc. il mio pantheon che sfiora e accarezza un po’ anche lui, col suo sguardo che si presenta prima torvo, ma poi si scioglie in sorrisi primordiali di felicità mai dimenticate. Io non ho mai amato così bene la mia famiglia, ora lo so, perché l’ho verificato col mio sensore emotivo. Un giorno lo spiegherò meglio, ora ho fretta di andare a preparare gli spaghetti alle vongole, di organizzare la notte ai musei, di incoraggiare ognuno di loro a non sperperare il tempo prezioso che ci rimane da vivere insieme, prima di deviare, ognuno per conto suo, verso luoghi e volti che ameremo e capiremo solo noi, pur con la voglia di farne assaporare il piacere anche agli altri che continueremo ad amare, a raccontare, su quei nuovi divani morbidi, dove assumeremo ognuno in un soggiorno diverso, la stessa ottusa e commovente posizione che abbiamo avuto sin dall’infanzia. Io cercherò di farlo senza ansia, ah non ve l’ho detto? Non sono più malato di ansia, mi è passata, ora sono malato di pazienza: aspetto che si faccia giorno, che si faccia qualcosa insieme, che si prenda coraggio e si esca dalle nostre vecchie vite anguste. Voi che fate stasera?


foto rappresentativa non trovata

martedì 1 maggio 2018

Sostieni quel papà in fila a un concerto rap?

Forse stiamo sbagliando tutto. O forse sono queste incertezze che stanno rovinando tutto. O forse ancora, è colpa di questo ottimismo che mi trascino dai tempi in cui ero bambino: è forse il vero responsabile di ogni mio tormento del mattino dopo. Ieri sera abbiamo ascoltato sedicenni che rappavano in un locale, e questo evento lo ha creato Lorenzo. A lui piace stare dietro le quinte, dietro quelle strofe dense di rabbia e riscatto, dove per alcuni istanti si celebra l’Esserci: forti e sfrontati, col dolce tono di chi ha cambiato voce l'altroieri.
In fila, distanziando il pubblico giovane, stavo accanto a un papà di un rapper che si sarebbe esibito da lì a poco. Quando mi capita di parlare con papà che condividono le stesse passioni dei miei figli, ma rispetto al basket qui ci sono in gioco trame di tormenti e attese di rime che possano disvelare un qualche messaggio che altrimenti resterebbe appiccicato alle pareti delle nostre solitudini dei sabato sera. Insomma quando vedo l'impaccio tenero di certi papà come me, mi sento di respirare si la stessa aria inquinata di Roma, ma  in quei momenti è come se arrivasse un ponentino direttamente dagli anni '50. Ci somigliamo nel nostro stare in allerta, e con quell ottimismo crudo che non si tratti di “una fase”, o “poi passerà”, no, qui stiamo sulla soglia della vita adulta dei nostri figli, e noi un tappetino antiscivolo per i loro temporali lo abbiamo sempre pronto. Eppure, loro già si muovono in un mondo che è anche nostro, ma noi ci ostiniamo a pensare che invece non è così, poiché loro sono ancora legati ai nostri pensieri, al nostro uscio sicuro e al nostro amore quotidiano. I nostri figli hanno la testa fuori dalla nostra casa, quella che li ha sempre accolti come naufraghi, ma dispersi in laghetti di quartiere eh, eppure ci ostiniamo a negargli la conoscenza di alcune parole: residuali misteri di parole per soli adulti. Ma io ho smesso di fare così, e in questi mesi ho rivelato al grande quasi tutto quello che mi opprimeva, così come ho cavato fuori dalla mia testa anche le cose belle che ho fatto e che vorrei fare. Ho smesso di fare il padre dietro le quinte, su il sipario, ché noi si vive così in questo tempo incerto e sconfinato.




Da padre concedetemi parole con accenni epici, con significati profondissimi, con quel mio presunto scandagliare i nostri abissi. Noi padri così abbiamo bisogno di barchette colorate con nomi di donna per attraversare il laghetto vulcanico entro cui nuotano i nostri figli belli.
Perdonateci, sosteneteci, salutateci soprattutto quando stiamo in fila per una serata rap.


domenica 8 aprile 2018

Vieni nel nostro orto di fragole?

   Nel letto col piccolo ascoltiamo la nonna che declama Pascoli e Carducci usando una memoria misteriosa, e io frustrato che non ricordo bene neanche l’Infinito. Era l’una di notte e si rideva su quel divano-letto anche di certe battute in dialetto o per quelle domande assurde che ci faceva mia madre. Poi l’indomani prima del pranzo pasquale ci siamo messi a correre verso la riva, non prima che io mi metta con fare (forse troppo) trasognato a leggere L’infinito dallo smartphone: dando le spalle alla mareggiata. E il grande mi fa: voglio iniziare a scrivere poesie, mentre il piccolo ci fotografava tutto innamorato. Ah, e io che su questa stessa spiaggia ho fotografato mio padre mentre tirava “la rezza” con quel gozzo vecchio, e dove mi sono fatto la prima canna, e dove mi sono innamorato di Enrica allo stabilimento Sirio, e dove l’ho baciata poi più rilassato nei pomeriggi autunnali. La spiaggia dove in una notte di gennaio mi pareva di aver visto uno che si lanciava sugli scogli: e io scappando verso il motorino mi dicevo omiodio! maledicendo la rabbia nera che mi aveva spinto lì alle tre di notte in pieno inverno. La spiaggia dove ci portava la maestra a giocare a pallone all’inizio della primavera, e riemergono certe sforbiciate che lei filmava col superotto.
Poi in questo pranzo pasquale abbiamo mangiato un gustoso menù a base di pesce, circondati da parenti e da tanto mare schiumoso. Questo mare che quando stiamo in città lo trascuriamo anche nei pensieri, perché non c'è spazio nelle nostre teste piene di desideri, impegnati come siamo a mostrare sempre il nostro meglio agli altri, sempre a distanza di parenti. È ancora così, ma qualcosa sta scuotendo le nostre pose timide, proiettando ormai immagini quiete dei nostri potenti sogni in ogni scenario umano che frequentiamo. Non è più tempo di nascondersi dietro una barba o  una delle mille belle incapacità che mi porto appresso. Sto qua per scriverne sempre meglio. Tra un mese o un giorno saremo più saldi, e saremo ancora più gentili e decisi di ieri e un giorno saremo come noi siamo.







 Mi sono risvegliato in preda al terrore di una felicità vicina, no, lo so che quella va presa a piccoli dosi come una medicina. O come una tenera manfrina che mi ricorda quella foto di te bambina. E così io me ne sto oggi sereno a scriverne anche contro quella realtà che ci vuole solo martiri o cattivi. Ehi tu vieni a sdraiarti insieme a noi dentro al nostro orto di fragole in fiore.

domenica 18 marzo 2018

il mio libro come

 
Mentre sto per scrivere questa cosa qui, alle 5.50 di domenica, mi lascio distrarre dal celestino e dal rosa che stanno dentro alla mia finestra. Mi sono svegliato alle 5.30 insieme a un’ansia scema, e il primo pensiero è stato quello di aver buttato in fretta dentro un tweet un resoconto di Libri Come, troppo ruffianamente onesto. Come se il mondo si aspetti da me un resoconto di Libri Come, prima dell’alba. Io non so perché vado alle fiere-feste del libro. E ogni volta che ci vado poi rimango turbato, e se sto in macchina mi metto a cantare per far uscire dal finestrino quel turbamento. Se sto in metro mi metto a fissare gli altri pensando a come mi vedono loro, che intanto non possono guardarmi ché li sto fissando io.  Stavolta mi ha chiamato Sonia per fortuna, ma per sua sfortuna, ché già era raffreddata, si è dovuta sorbire in anteprima il mio resoconto.

  Accompagnando tra un incontro e l’altro un’amica scrittrice, almeno ho capito perché ha senso per lei venire qui. E’ bastato osservare le tante persone che salutava, da quello che si dicevano, eccetera. È il suo amato mestiere che la spinge a frequentare questi luoghi. Così, pur di non pensarci mi metto a contemplare le tante donne, presunte lettrici fortissime, che si muovono freneticamente, tutte vestite bene, con un’aria di quelle che hanno letto troppo, e che sarebbe ora di godersela un po’ quell’aria stantia che hanno respirato durante il lungo inverno di piedi freddi e libri sul comodino. Poi ci sono gli uomini, che a me sembrano tutti scrittori, me compreso, con quella loro aria sbuffante e che si guardano continuamente le scarpe, o si sistemano le barbe, e forse sperano di essere notati almeno dalle sparute lettrici deboli. Sì, anche dopo questa disamina “alla costume e società”, non ho avuto il coraggio di ammettere cosa ci faccio io qui, tra di loro. Bah!
 Sono stato a Libri Come anche per vedere come leggeva Paolo Nori certe pagine di un suo libro. Mentre lo ascoltavo avevo gli occhi rivolti verso l’enorme vetrata che ci separava dal mondo che provavo a raccontare qualche riga fa. Da lì continuavo a vedere sfilare uomini e donne che si sistemavano le giacche, e alcuni di loro si lasciavano pure intervistare: tutti avevano l’aria di aspettare qualcuno in quel muoversi guardinghi di agitazione benigna. Anch’io mi sarei mosso così, e questa scena forse potrebbe spiegare il mio: che ci faccio qui? Erano loro i pesci nell’acquario oppure lo ero io per loro? Finalmente ha risolto tutto il crescendo della lettura di Paolo Nori che, passando dalla Mastrocola a Chomsky, da Rodari a Vonnegut, passando per Tolstoj è giunto a delle piane parole sull’amore. Avevo già la prima lacrima pronta a scendere sulla terra, quando Paolo Nori anticipandomi ne ha cacciate fuori dagli occhi un po’, cambiando anche il tono della voce. Queste sue belle lacrime che gli sono uscite fuori davanti a tutti noi, alla fine della lettura, forse meritavano un abbraccio, invece noi l’abbiamo solo applaudito. Ecco, in quel preciso istante ho capito perché mi trovassi lì: perché la letteratura arriva dove arrivano solo poche cose. Forse come l’amore, senz’altro anche come il dolore.
 Io sto aspettando le parole da circa trent’anni, per raccontare la storia che fa su e giù dentro di me, ma non riescono a uscire fuori del tutto. Sicuro le parole non le troverò in posti così, dove vengo a fingere di non aver nulla a che fare con quel mondo che si aggiusta le giacche e si osserva le scarpe nei corridoi di Libri come. Forse stanno aspettando anche loro, stiamo tutti aspettando qualcosa o l'amore.
Ecco, Libri Come è stata un’altra fermata, un altro stop, un altro blocco che si aggiunge a tutti gli altri che frenano le mie parole impazienti da millenni.
Allora la novità di questo mio Libri Come sa di lacrime e dopobarba.

sabato 17 marzo 2018

Degli adolescenti non sappiamo niente

 Quando lavoravo al Telefono Azzurro arrivò un bimbo che era nato appena cinque giorni prima di te. Avevi cinque mesi e una volta o due alla settimana io facevo il turno di notte lì al lavoro. Questo bimbo mi cercava sempre, era in affidamento con la sorellina da noi, la madre ogni veniva a trovarlo con il suo carico di disperazione sulle spalle. A me rispondeva con larghi sorrisi quando gli porgevo il biberon pieno di latte e biscotti. Poi tornavo a casa e c’eri tu, già sfamato che aspettavi sorrisi, e sguardi sicuri. Mentre mamma andava al lavoro e ti baciava sulla guancia cicciottella. Erano anni belli e spietati per noi. Era il 2001. In questi mesi per un altro lavoro seguo un ragazzo che sta lasciando la scuola, per una serie di disastri emotivi che lo assediano laggiù a Bastogi. Anche lui ascolta rap per scacciare un suo presente fetente. Anche tu mi dici che a scuola ti senti fuori luogo, che la trovi inutile e che pensi ci sia un altro modo di imparare. Allora io scappo in bagno a piangere con la disperazione che sale in gola. Forse sento di non averti sostenuto abbastanza quando certi professori scambiavano la tua insicurezza per arroganza, o la tua viva sensibilità in timidezza o semplice bontà. Così mi capita che dentro al bagno mi spavento e me ne resto tutto il tempo a fissare la finestra smerigliata, mentre tu nel frattempo al piano di sotto fai rimbalzare la palletta di basket sul laminato anticato, prima della schiacciata.
Il mio lavoro è un insieme di aiuto-ascolto-sostegno, e il mio essere padre si è indebolito proprio da quelle parti là della mente. Stava diventando un pantano la nostra relazione, eppure io ci scorgevo sempre un fiorellino, una cartaccia colorata che galleggiava. Quando mi dici: ma per chi mi hai preso? dopo che anticipo con parole sdentate certe tue risposte, ecco, figlio, in quella tua domanda affoga il mio fallimento, mentre riemerge piano piano la tua voglia di esserci. Sarei disposto ad accettare questo mio fallimento fradicio in cambio di un tuo allontanamento drastico da me? solo per vederti sano e salvo? Ma perché tutto questo dilianarsi in tempo di pace?
  In questi giorni di parole spese vanamente per convincere il ragazzo di Bastogi a continuare con la scuola, sì, proprio in questi giorni mi sono arreso al tuo non volerci andare più a scuola. Hai deciso di recuperare le forze a furia di canzoni e concerti. Questo tuo sbloccarti all’incontrario mi preoccupa, anche se pare illumini un po’ meglio I tuoi occhi, la tua cameretta, le tue parole profumate. Io ti sto sempre accanto, e osservo ogni tuo mutevole battito di ciglia, ogni tuo nuovo largo sorriso a tavola, e ascolto rilassato ogni tua battuta insperata che mi diverte e mi fa pensare che non sono ancora da buttare come padre, come ascoltatore. Sono anche un padre da abbracciare in una notte di pianti violenti, in auto, sotto ai carpini spogli, poco prima di mangiare quei cornetti buonissimi al bar sempre aperto.
 Quella saggia persona che ti sta aiutando sta aiutando anche noi, e lo capisco quando a tavola ridiamo e parliamo come non facevamo da mesi. Mentre penso a questo nostro periodo scombinato dentro qualcosa ancora trema, eppure quando sto tra di voi rido senza più quel vecchio isterismo che in passato rovinava quei momenti, e faceva sbattere porte, occhi e bicchieri sopra le nostre parole. Sto imparando a trattenermi, a tirare fuori solo quello che vale la pena esibire, quindi, scrollandomi di dosso la falsa modestia, racconto anche i miei piccoli grandi successi: lo sai che sono tra i vincitori di un piccolo premio letterario? Sapete che oggi ho calmato un bimbo indiavolato, e gli ho fatto tornare il sorriso a furia di giocare coi trenini? Vedeste che sorrisi mi ha fatto dopo. Farò così, condividerò mille altre cose belle con voi. Purtroppo in questi anni ho condiviso con voi troppe frustrazioni lavorative, antiche tristezze famigliari, anche se a volte cercavo di bilanciare con un umorismo asfissiante. Strano, ma in questa fase della mia vita mi sento forte, e benedico la mia tenacia di non aver ceduto lungo le strade degli amati perdenti, dove mi ero perso anch’io, sì, ma senza disperdere del tutto l’amore per la mia storia. Oggi ho messo la camicia amaranto, ché devo farmi trovare pronto e bello quando avrete bisogno della mia forza, del mio splendore: sto mettendo da parte il meglio per voi.
 Oggi tuo fratello ci ha detto che a lui piacciono le persone speciali e un po’ sfigate. Lo diceva mentre si pensava a come impostare il tema su Wonder, e allora ci siamo ricordati di quel suo compagno autistico che lo salutò con un affetto smisurato al boowling, incontrato lì per caso un sabato pomeriggio. Oggi quando gli ho detto di seguire quel ragazzino col tumore che vuole diventare youtuber, oltre a seguirlo immediatamente, nella sua faccia è comparso quello sguardo un po’ da santo che ha fatto gravitate i suoi occhi enormi intorno al suo letto a soppalco. Lo stesso sguardo che avevo io alla sua età, quando me ne stavo stretto stretto nelle coperte.
 Figli miei arrendiamoci ad essere così, un po’ fuori luogo ma sempre affamati di voler conoscere persone strambe, persone che ci somigliano nei sentimenti e che magari allo stesso tempo possono sembrarci anche diversissime da noi. Cerchiamo di capire gli altri ascoltandoli fino a notte fonda, o assecondarli nei loro tormenti per poi abbracciarli senza stringerli troppo: amarli anche quando ci voltano le spalle o non capiscono fino in fondo i nostri drammi. Diamogli tempo, e diamoci tempo anche noi, in questi tempi incerti e magri di sogni. Seppelliamo una volta per tutte le asce e i rancori sotto al nostro generoso e splendido melograno. E ridiamo con tutti i denti di fuori.



venerdì 2 marzo 2018

A scuola non ci vado più

Oggi non ci vado a scuola. No, me ne sto in giro, prendo l’autobus e faccio capolinea-capolinea. Voglio vedere le facce di chi non sta a scuola mentre io dovrei esserci. A me piacciono le facce delle persone sconosciute, a me piace riconoscere quello che pensano. Poi voglio mangiare un cornetto gigante con la panna, al bar Zurich. A scuola i professori sono frettolosi, pensano o alla prossima campanella o a come inchiodarti. Una volta quella di matematica mi ha fatto andare alla cattedra, ma solo per far vedere a tutti che brutti denti avevo: perché tua madre non ti compra l’apparecchio? E giù tutti a ridere. Una volta un’altra mi ha detto che stavo ai piedi di cristo, e forse aveva ragione: mia madre era appena stata dimessa dalla clinica. Un’altra, quella che si faceva portare la carne di prima scelta da un compagno di classe figlio di macellai, mi ha detto all’improvviso: ma tu sei scemo!

Insomma, io di certo non sono un genio, di certo non capisco Pitagora o l’inglese ma quando la maestra ci faceva trascrivere l’Eneide a me piaceva pure. Non ci capivo niente lo stesso, però era quel non capire niente che ti piace e che pensi prima o poi forse lo capirai. Ecco, a parte questi professori un po’ così, io resto sempre ottimista: sogno di diventare fotografo, poeta e pure contadino. Mia madre non chiede mai cosa voglio fare da grande, mentre mio padre mi fa fare già il grande, portandomi al lavoro con lui.
Di fatto stasera quando parlerò coi santi, io parlo coi santi prima di andare a dormire, gli chiederò di aiutarmi a scegliere una scuola fatta apposta per me. Io sono ottimista, e quando non vado a scuola voglio prendere l’autobus e fissare le persone sedute strette strette che guardano il mare come se guardassero il loro vecchio amore. Io non ho ancora un amore, così guardo loro che lo guardono, così imparo come si fa.
Domani forse ci andrò, o forse no, non riesco ancora a decidere. Chi mi aiuta a decidere? Quasi quasi lo chiedo a quella vecchina rugosa che sta sempre con quella busta di pane e mi sorride sempre, una volta mi ha fatto l’occhiolino e mi sono fatto tutto rosso. Domani mi faccio forte e glielo chiedo. Domani voglio imparare come si fa a parlare con gli sconosciuti.
(marzo ‘85)



giovedì 1 febbraio 2018

i figli dell'illusione (breve storia di una crisi)

L’altra sera Cristian aveva una fitta sopra lo sterno, aveva paura fosse un infarto imminente. Per un attimo, ma solo un attimo, ha pensato che magari sarebbe una liberazione la sua morte improvvisa. In quell’attimo ha pensato che un trauma servirebbe alla sua famiglia per riprendersi dalla crisi che stavano vivendo in questo periodo: un ingombrante e incerto padre che va via non sarà mica la fine del mondo? Un attimo dopo aver prodotto questo triste e scemo pensiero è sceso di corsa dal letto - il dolore c’era ancora ma meno intenso di un’ora prima - e si è diretto al letto del figlio: scusami se non sono rimasto a cena, ma stavo male. Lo ha abbracciato restando in bilico sulla scala che porta al suo letto a soppalco, in quel momento ha pensato all’assurdità di quel pensiero di morte, e lo ha stretto ancora di più a sé.

La nostra mente ci permette di pensare tutto quello che vogliamo, e non si hanno tabù una volta che stiamo nei nostri letti caldi, e ogni idea ci pare geniale: soprattutto quella che crediamo ci permetti di trovare la chiave a ogni nostro problema col mondo fuori da quel letto comodo. A volte funziona e ci fa vivere meglio la giornata, che c’entra, ma altre volte invece peggiora le cose creando architravi di illusioni e poi, la sera, ritornando in quel letto, ci scoraggiamo e pensiamo al peggio che spinge sullo sterno. Mediare con la testa, fermarsi e non agire di scatto e altri mille filtri che sono raggruppati sotto la voce: intelligenza. Forse questo agire d'istinto senza freni è quello che sta vivendo l’altro figlio di Cristian, arroccato nella sua cameretta a suon di pezzi rap, che sta aspettando che la sua idea geniale transiti da quel letto nero ikea. Lui ha le dolci attenuanti dell'adolescenza, invece il padre che ha?

Cristian ha nella testa quel pensiero stanco che gli sussurra che a breve lascerà anche questo lavoro, così poi arriva il benedetto lavoro della sua vera vocazione, questo pensiero stanco lo sta deprimendo seriamente, togliendogli le energie paterne che servirebbero all'ascolto dei figli. In verità in questo periodo non ha neppure il coraggio di pensare più al lavoro della sua vocazione, nonostante la mattina dopo quel pensiero di morte abbia finito il racconto che doveva inviare al premio letterario, in cui ha aggiunto una frase dove fa intendere che sarebbe felice se li scrivessero i suoi figli i prossimi racconti sulle storie di famiglia. Questa vocazione lo ha stremato d'illusioni, e crede di aver trasmesso al figlio maggiore la speranza che in questo mondo, pensare forte forte una cosa che si desidera, fa si che poi quella arrivi davvero. L’errore di aver sognato troppo davanti a tutti, e oscenamente non ammetterlo mai, ecco quello che non si perdona.
In questi giorni Cristian ha contattato il miglior terapeuta, la preside, il Centro contro le dipendenze da internet ma, pensandoci bene, forse dovrebbe rivolgersi a un ipotetico Centro per il trattamento per sogni forti forti fatti dal letto.
Esiste? se ne avete notizia fatemi sapere, che lo invio al prossimo sogno di Cristian.

foto di Avedon

giovedì 30 novembre 2017

Dopamina, portami via.

Ai concerti dei Diaframma ad un certo punto, quando suonano Gennaio, succede sempre una cosa strana. Ci si mette a ballare, pogare o saltare e, quando si blocca il ritmo incessante nella canzone per fare spazio all’inserto melodico, allora restiamo tutti un po’ spaesati e ci guardiamo uno con l’altro e facciamo smorfie che vanno dal divertito e l'imbarazzato, roteando lo sguardo nella sala semibuia. Ma questo conta poco, in realtà quello che provo io è un senso di appartenenza a un epoca e al sentimento elettrico che sprigiona ancora: precipito coi pensieri dentro ai  miei intensi anni ‘90. Insomma, in quelle pause penso soprattutto a come ci sono arrivato a ballare ancora una volta Gennaio, a quarantasette anni suonati. E mi piace che io sia sopravvissuto bene dopo le tempeste di guai, agli accidenti inevitabili, e di quanto inaspettatamente sia contento di vedere quelli che intorno a me ai concerti hanno quasi tutti facce interessanti, uniche, scavate bene dalle esperienze - a parte quei due capelloni ubriachi e ricci che mi hanno procurato pure una caduta ridicola - e queste sensazioni mi facciano stare bene, almeno per qualche giorno. Il fatto che in tutta questa gioia improvvisa che esibisco in mezzo a sconosciuti, con cui condivido l’ascolto di canzoni mi imbarazzi sempre meno, mi rende forte, come uno scampato a un incendio notturno in un bosco di conifere. Anni fa andavo spesso da solo ai concerti e la timidezza che mi trascinavo dietro mi paralizzava, nonostante conoscessi quasi tutti quelli della mailing-list, parlottavo a malapena solo con tre di loro. Ricordo quando nacque il mio primo figlio, tra i tanti, mi fece gli auguri Max Collini. Oggi sono più saldo ai miei pensieri, alla mia casa, ai miei figli, ai miei silenzi, alle mie paure, alle mie speranze.


Insomma, io dentro a un concerto ci sto bene, e se poi ci sono gli amici, mia moglie, allora sto anche meglio e diventa un’immersione fantastica dove scruto tutte le mie ossessioni, le mie fragilità, le mie gigantesche capacità di amare gli altri anche con tutti i loro adorabili difetti. Ci vedo me che dal lunedì al venerdì lavoro coi bimbi di tre anni insieme a cui mi rotolo a terra per improvvisare animali o streghe. E vedo me che piango per mezz’ora di fila davanti al Trasimeno senza riuscire a confessare quello che mi faceva piangere. E mi vedo anche quando affronto a muso duro il figlio adolescente, per poi pentirmi come un vecchio adolescente: ma a dirla tutta io voglio regredire solo nell’infanzia! Mi vedo mentre guardo mia madre rimpicciolita come una bimba, indifferente al mio sguardo fugace. Mi vedo che faccio ridere a crepapelle amici, e i loro amici. Mi vedo che ascolto la musica mentre dalla finestra osservo il Melograno carico di frutti, e protetto dall’albero c’è l’adolescente (vero) di prima che sistema i suoi ciddì colorati appena masterizzati. Mi vedo mentre guardo Propaganda Live insieme al piccolo e ridiamo e commentiamo, mentre aspetto impaziente le sue domande curiose come carezze.
Si, sto esagerando con questa immersione, in effetti a un concerto faccio altro, lo ammetto. E se faccio digressioni-immersioni è perché provo un piacere strano nello scrivere cosette mie condite di realtà, di sogni, di dolori e di certe cose che vedo ogni giorno e non riesco a trattenere per me. L’altra sera all’uscita dal concerto mi metto a raccontare a un’amica, improvvisa fan, di come Fiumani mi abbia fatto conoscere i libri della Parrella, e di come nel suo libro appena ristampato, Brindando coi demoni, ci siano racconti di una epopea esistenziale che forse nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare così: una normalità che trasuda di arte e di vita disastrata, di sesso sofferto, di un’anima sensibile, fragilissima, ma mai davvero disperata. Un po’ come la mia storia, ma con meno arte e più figli, e con tanti lavori da cui scappare.
All’uscita dal concerto ho chiacchierato molto, ero esaltato dalla bella serata, e una volta sul vialetto di casa mia moglie mi fa: ma come fai a parlare così tanto? E io gli sorrido e le dico che non camperò mica mille anni, ma appena vedo come si sta corrucciando il suo bel volto, ridendo ancora di più le dico che a me piace raccontare quasi quanto vivere. E ci baciamo, e poi avviamo verso il cancelletto di casa. “Via i cancelli per favore, che non mi servon più”.



P.s.

Ieri col piccolo ci siamo goduti lo spettacolare concerto di Caparezza. Invitatemi ai concerti, non ai pranzi di Natale.

martedì 31 ottobre 2017

Stazioni di fuga: Sezze.(nuova fuga)

Giunto a questa stazione vuol dire che sto quasi a metà del viaggio verso Roma. Di solito ci si prepara per i posti che si liberano di quelli che scendono a Latina. Oggi non m’importa del posto a sedere, questo finestrino è pulito e mi fa vedere la campagna come quella volta che con mio zio parlammo per tutto il tragitto fino a Roma, con le facce rivolte ai campi che si attraversava. Gli chiedevo di quelle coltivazioni che il treno sfiorava e lui, partendo dalle serre per i pomodori intorno a Fondi e arrivando fino alle distese di vigna dei Castelli, mi raccontò tutto quello che si poteva raccontare a un bambino di sette anni curioso quanto un cucciolo di gatto. Appresi di carciofi e tedeschi, di uva e americani.


E mi raccontava degli orti che era riuscito a creare nei posti più impensabili. Così partì il racconto della sua fuga da Weimar, dove era internato in un campo di lavoro dei nazisti, e di come con gli altri marinai riuscirono a raggiungere il luogo della sepoltura della Principessa Mafalda, ma non prima di avermi raccontato di come lui e Corrado riuscirono a sfamare l’intero campo con le patate coltivate da loro, nella gelida terra tedesca d’allora. I suoi occhi si infiammavano quando parlava dei dettagli della raccolta e di come tutti i compagni di sventura erano felici di mangiare quelle patate che crescevano su quei campi tragici. Della questione principessa Mafalda si soffermò soprattutto per dirmi di come rimase sorpreso e divertito del parrucchino di Pippo Baudo, quando li ospitò a Domenica in come eroi che diedero una degna sepoltura alla figlia del Re. Ricordo di come quel giorno alla tivù sembravano ancora i marinai di quaranta anni prima: fieri e semplici. Comunque, quel giorno sul treno si era proprio infervorato nel vedere la vigna così bella, fitta e curata - sì, era lui che passava da una cosa all’altra durante quel viaggio, non soltanto io che ne scrivo ora - e diceva che la resa era massima con quel tipo di coltivazione, e che i contadini dovevano pensare alla resa, mica solo alla natura. Non capii allora, oggi forse capirei, e comunque i suoi occhi erano elettrici anche di bellezza per quei tappeti verdi, ondulati, che parevano un mare placido e fertile davanti al nostro treno grigio di ferro. Ricordo che una signora sbuffò per i nostri infiniti discorsi e mia cugina romana, che viaggiava con noi, la prese a ridere e disse alla signora che era la prima volta che il bambino viaggiava in treno, e soprattutto che viaggiava insieme al suo zio preferito.
Arrivammo assetati a Termini, e al primo nasone ci facemmo una bevuta che nemmeno in estate dopo la raccolta dei pomodori San Marzano.
   Una sera di pochi anni fa attraversavo solo piazza Indipendenza, con le sue luci gialle e le sparute finestre accese degli uffici che mi aiutavano nello scenografare meglio la malinconia crescente, e pensai a quella lontana giornata in treno con mio zio. Pensavo a quello che avevo perso a non andare più in campagna da lui, di come tutto si interruppe senza preavviso. Arrivarono i sedici anni e tutto cambiò. Da quella piazza passavo per raggiungere la libreria Piave, dove Antonio Pascale ci aspettava il giovedì nel seminterrato, e dove imparai che certe lacrime sono diverse dalle altre e che certi addii scivolano dentro le nostre storie senza nemmeno una scossa, un pianto tempestivo. Quella sera scrissi di un quarantenne in fuga dal suo passato che, dopo aver raschiato il raschiabile alla cultura della sua epoca, alla fine quella sua stessa epoca lo ha preso a schiaffi a furia di realtà. In fondo quell’uomo voleva che continuassero a sembragli soltanto energiche carezze, vestite di ideali presi in prestito dall’epoca precedente, e che continuassero quegli schiaffi di carezze lo stesso a proteggerlo e coccolarlo ancora negli anni a venire: come una affettuosa madre di passaggio.

 Quella sera me tornai a casa col pensiero di quel treno che tagliava la campagna ma che non riusciva a spezzare ancora del tutto il legame profondo e strambo che avevo per quel mio zio contadino. Da quel giorno del ‘77 nella mia testa si è accesa quella possibilità di creare orti nei luoghi a cui mi lego almeno un po’. A volte li creo gli orti, altre volte li immagino soltanto.


domenica 15 ottobre 2017

cosa mi fa stare bene?

Si doveva andare all’Orto botanico, o al mare, e magari passare anche dalla mostra su Anna Magnani. Poi andare a trovare Marco in clinica. Si doveva assaggiare una tregua, col tempo mite intorno. Negli ultimi vent'anni ho fatto molte cose per dovere, ma in verità alcune anche per piacere tutto mio. Poche, se tiro le somme alle soglie dei quarantotto autunni. Quanto camperò ancora? No, non sto esorcizzando nulla, ché mentre lo scrivo già una ruga si ritrae spaventata. Giunto a questo punto, in questa domenica estiva d’ottobre, seduto sotto al Melograno mi concedo il lusso della sincerità appiccicaticcia. Quella senza  fondamenta, senza controprova: come l’arrogante sensazione di sentirsi migliori al cospetto dell’intero mondo tondo.
Ma tu mi vedi? Ecco, se riesci ad immaginarmi seduto là con l'occhio a palla per lo sforzo, e senti pure la voce di mio figlio che ripete Storia alla madre, e il cagnetto dei vicini che abbaia dietro i vetri e il gatto che ronfa beato in poltrona, ecco, allora sono riuscito a tirarti dentro la mia storia, per cinque minuti.  Almeno quella che sfiora questo monitor. E già così staremmo a metà del dibattito sulla questione giornaliera: come raccontarsi, se proprio ce l’abbia indicato un dottore di farlo, eh. Ma ti va davvero di starmi a leggere? A me di farmi leggere, lo ammetto, mi va almeno quanto di passare un weekend a Parigi a dicembre.
Sono stato una settimana senza frequentare i social, poiché nel frattempo avevo da fare molto coi pensieri che erano andati in subbuglio, e col costato indolenzito e molte altre faccende che non credo opportuno dichiarare qui troppo sinceramente. Esiste l’arte dello sparigliare, esiste un limite dove provare a inventare veramente. Esistiamo io e te, ma niente che possa rappresentarci senza cicatrici vere medicate con garze finte: esaltare il senso, e non il consenso di un momento.

In questi giorni non voglio maledire nessuno né voglio arrabbiarmi col tempo, e nemmeno coi cinquestelle: vorrei soltanto riuscire a tradurre a parole quell’incertezza mal trattenuta da quel sedicenne ieri, poco prima che scrivesse tre righe di sé durante il laboratorio. Appariva tutto rosso, tutto bloccato, tutto come uno stare a sentire i rimbombi dei pensieri e delle voci di parenti e degli amici: un coro di persone disastrate che in un attimo magico magari si mettono a cantare il suo pezzo rap preferito, e lui che con la sua felpa comincia a svolazzare con gli occhi umidi, facendo scendere a coriandoli le cose orrende ricevute nel tempo, e scriverne tutto eccitato. Santo cielo, fa che quelle tre righe diventino l’incipit più azzeccato del suo tempo.


sabato 9 settembre 2017

Giornate che sanno di te (figlio).

   Me ne stavo spensierato dentro questo settembre e finalmente, dopo i soliti abbagli d’agosto, vedevo nitide le persone e questo mi aiutava a far sfumare via l’ansia, mi faceva respirare bene e pensare: caspita la vita quando arriva così. Poi piomba la notizia che ti hanno bocciato. Proprio oggi che hai organizzato una bella cosa, tutta tua, che hai condiviso facendo rappare quattro ragazzi, due venuti addirittura da Torino, in un locale chiamato Dissesto musicale. Ti cercavo con gli occhi mentre incoraggiavi i “tuoi” rapper, o abbracciavi due fan venuti apposta da "Battistini", o dopo quando dialogavi come un grande col gestore del locale. Durante la serata ti hanno applaudito e ringraziato: a detta loro senza di te loro non avrebbero mai “rappato 'sti pezzacci”. Io me ne stavo seduto al tavolino, con una smorfia un po’ troppo alla Nanni Moretti, a vaneggiare lieve: stasera sei sbocciato, altro che bocciato. Eppure a volte i fiori stordiscono di profumo, e sono assediati da api e insetti, e subiscono grandinate. Insomma, sto provando a rimanere in piedi per tenere ferma la nostra barchetta in mezzo a questo mare che sembra di bonaccia, ma che in un attimo potrebbe mascherarsi da tempesta. Certi fiori sono semplici, quando la luce li investe davanti, poi li osservi al tramonto e ti sembrano minacciosi, accesi di sfumature rossastre. Scrivo così perché sono confuso, non deluso, casomai spaventato; in fondo preoccupato come gran parte dei padri che, finché non ti sentono rientrare, e bere un po’ d’acqua, e accarezzare il gatto e spegnere la luce, immaginano che un intero mondo ti stia inseguendo, ingannando o semplicemente ancora cercando.
   I tuoi sedici anni oggi sanno di una settimana di video girati alla Storta e al Pincio, di registrazioni a Re di Roma e prove serali al parchetto vicino casa. Con tuo fratello che ha avuto la gloria di aprire la serata con una “sua base”, e tua madre che chiacchierava di te con parole adoranti tra mojiti e amiche.
Sono ingombrante come certi mobili scuri, pressante come certi temporali, e adorante come i cani al mattino. Chissà tu come mi vedi, e come mi assorbi o respingi in queste nostre giornate che qualcuno deve pur raccontare: ingombrante come una telecamerina nascosta male.

Eccomi che ti sto ancora aspettando, e immaginando, fissando la tua imminente risposta whatapp, in mezzo a questo fracasso di silenzio di una giornata che sa tutta di te.
Mi salgono a galla pagine di libri, canzoni lontane, parole non dette, e mi sento più solo che mai, più forte di sempre, e pronto a esserci svestito d’ansia, così come m’implorano rabbiosi d’affetto i tuoi occhi belli.








venerdì 1 settembre 2017

mangio ansia a colazione

   
  Come se non l’avessi fatto di proposito: scegliere tra i contatti quelli a cui far sapere i fatti miei, conditi di velleità. Sono esaurito. Per la prima volta dopo le ferie d’agosto non ho voglia di fare buoni propositi. Questa estate ho sentito tanta ansia, che mi ha gonfiato le gambe, fatto crescere la barba e paralizzato davanti a un molosso nero. Una volta in mare, a cento metri da riva ruotare di 360° e vedere due delle persone che amo di più allontanarsi verso la grotta e io che, senza un reale pericolo, le chiamavo e ruotavo ancora: poi si è riavvicinato il piccolo e mi sono calmato. Sono fatto d’ansia e d’idee. E non riesco a essere pratico e determinato. Intanto oggi mi sono ingolfato come il decespugliatore, e scrivo a vuoto di figli e di fobie. Vi avrò stancato della mia normale esistenza trascritta e vi avrò anche illuso di trovare ogni volta almeno una cosa scritta bene, e vi avrò deluso leggendomi per l’ennesima volta senza trovare neppure un po’ di fresco tra un periodo e l’altro.
   A te che ti fiuto come felicità in agguato, chiedo una tregua: non darmi più possibilità ma parole lisce di risposta.
A te che mi consideri amico amico, be’, a te chiedo di continuare a esserlo e ricordarmelo in certe mattine di mattone.
A te che curiosi e aspetti grandi cose, ti darei un bacio di pazienza e un abbraccio chiassoso.
A te che oramai mi sopporti come si sopportano le delusioni del sabato sera, ti aspetto per un caffè, per ascoltare le tue belle confidenze.
A te che non conosci l’odore delle mie braccia, e non vedi la mia faccia, ti aggiorno appena mi trasformerò in uno splendore d’uomo.
A te che capiti qui a forza di tirate di giacca, grazie, e perdona la mia presunzione da quattro soldi.
Per tutti voi noleggerò un pullman per attraversare mondi che assomigliano ai miei racconti migliori di certe serate senza livore, e sarò sereno e dirò quello che credo e scriverò quello che vedo e che immaginerò: scorrendo le vostre facce tra i finestrini e le acacie, mi calmo e risorgo.

Dopo tre ore.
   Avevo scritto queste cose mentre la mia auto veniva lavata a suon di musica araba. C’era un vento caldo, e provavo a chiamare un amico che non sentivo da mesi, poi mi ha risposto con un Sms: ho una paura muta di non sentire più voci bellissime. Così, una volta al supermercato mi è salita una voglia di piangere davanti ai sottaceti.
Avere una smisurata quantità d’ansia in circolo ti fa immaginare cose così: cani che ti sbranano, persone che annegano e tu non riesci ad aiutarle, o la faccia di un vecchio amico che sbuffa al pensiero che lo stai chiamando. Non è vero niente, invece è vero il niente che trasforma l’aria e la bocca e le parole, che deformano la mia faccia e la fanno diventare torva e brutta. Credimi, io sono anche bellissimo, sensibilissimo, ignorantissimo: con una storia da raccontare, questa è la mia vera e bellissima ambizione. Ecco, l’ho tirata fuori.
A questo punto devo capire se rivolgermi a uno psicanalista, a un editor o un trapezista.

Il giorno dopo.
   Ieri sera mentre passeggiavamo intorno a Castel Sant'Angelo, dopo aver cenato sul lungotevere, pensavo a come mi vedo male, a come mi vendo male, a come cedo il passo alla vocina stronza: quella è contenta che non abbia imparato l’inglese neanche quest’anno.
Questo lo penso ora, poiché ieri sera, dopo cena, ho ascoltato due librai che parlavano e parlavano dei libri belli, degli editori fetenti, e mille altre cose che avrei dibattuto senza problemi, e invece me ne stavo lì a sfogliare libri con le dita e annuire a questi due. Timido. Scemo. Vinto. Perso. Questo lo vivevo ieri, ora sto qui con una forza improvvisa a scrivere di come recito in società. Ecco, riuscire a trovare quella nervatura giusta per legare questa mia forza-coraggio alla realtà-realtà, potrebbe realizzare la svolta di mangiarmi l’ansia a colazione.

Il giorno dopo ancora.
   È appena passato il temporale e qui a Roma sono riemersi i profumi, e le piante gocciolanti sembrano più verdi, e alla tivù non ci sono notizie di razzismo. Oggi non ho ansia, sono ritornato al primo lavoro, poi ho preparato spaghetti alle vongole. So che è una tregua, so che l’ansia è una serpe ma oggi mi sento un uomo perfetto, fossi bravo e scaltro lo dimostrerei anche sui social, o telefonando felice ad amici e parenti: ma sono timido, e me lo tengo per voi.
Fine.

P.S.
Vorrei cancellare questa lagna d’agosto con me che ballo Lou Reed mentre spazzo a terra, lavo i piatti e fantastico sui mille anni che ancora vivrò. Trattengo tutto, e riparto.



lunedì 21 agosto 2017

uno schermo in riva al mare

Stasera ho visto un documentario che narra la storia degli Stooges e di Iggy Pop. Un susseguirsi di spezzoni d’epoca folli, esagerati di libertà scombinata, alternati a misurate interviste attuali ai protagonisti di quella epopea, a Iggy Pop soprattutto che, nella frase finale, dopo aver dichiarato di non voler indossare tanti status tipici delle rockstar, dice semplicemente di voler Essere. Proprio quello che stavo pensando io poco prima, durante la visione. Cambia decisamente lo scenario, lo so, ma io pensavo vedendolo a torso nudo e ipnotico durante i concerti, beh io pensavo ai protagonisti del libro di Haruf Le nostre anime di notte, di cui mi stavo stavo pregustando le ultime pagine, e che poi ho finito di leggere una volta a casetta. Me ne stavo seduto sulla sdraio, con mio figlio e mia moglie accanto, uno schermo in riva al mare, il buio profumato della macchia mediterranea intorno, un mio amico che presenta l’evento con perfetta pronuncia inglese, e lontano dalle nostre spalle il caos estivo del golfo di Gaeta. Una metafora su dove mi piace stare, mentre ci stavo. Questo voglio essere? E cosa volevo essere a quindici anni? E nei prossimi venti?

Stamattina io e il piccolo abbiamo cominciato a scrivere una storiella insieme. L’idea ci è venuta mentre l’altra sera abbiamo aspettato invano le pigre stelle cadenti. Così abbiamo immaginato una grottesca estinzione del genere umano, attraverso un enorme cellulare che cerca di farsi un selfie scimmiottando un uomo d’oggi. Nella fine c'è l’inizio: la cellula. Tutto questo mentre le presunte stelle cadenti ci osservavano come se fossimo in una teca del Muse, come se fossimo già estinti da millenni, per le stelle e per altri strambi e geniali generi spersi nell’universo. No, non c'è lo siamo vissuto come un possibile racconto apocalittico, anzi, ci pareva di stare su una bellissima navicella stellare, accanto a mondi stimolanti. Siccome il piccolo si è fissato che devo scrivere un libro, pur non sapendo che a volte resto, come ora, a scrivere cose così fino alle due di notte, senza un perché; l’indomani, mentre oziava in attesa del pranzo, mi fa: Allora scriverai il libro sul cellulare scemo! E io: no, semmai lo scriviamo insieme. Non se lo fa dire due volte, impugna il cellulare non scemo e si mette a scrivere: io detto, lui aggiusta e scrive.
Forse voglio essere così. Arrendermi al fatto che non sopporto più il vuoto di questo posto dove trascorriamo due settimane ad agosto, e alcuni giorni tra Natale e Pasqua. Dove non c'è la faccio più a fare la manutenzione a questa casetta di legno, o sistemare l’uliveto, e neppure raccogliere i fichi d’india, almeno non quest’anno. Non mi va per mancanza d’immaginazione, per stanchezza, e perché sono esaurito: fragile come quel mandarino piantato quindici anni fa ma che non vuole saperne di attecchire in questa terra. Riuscire a fregarsene del giudizio di tutti quelli che qua intorno alzano case piene di tristezza abusiva, e arano, e ti trattano spesso come un alieno, un fesso da sfottere.
Penso alle morti improvvise di Barcellona, e a quelle premature di tanti miei amici d’infanzia, e mi sento di essere pronto a vivere questi supplementari che mi restano con il pensiero di essere quello che vuole scrivere una storiella col figlio in una casetta di rubinetti che perdono, di finestre che non si chiudono bene, di una libreria a parete realizzata e donata da un amico anni fa, quando tutto pareva che funzionasse alla meraviglia, ma era solo la giovinezza.
Vi prego voi quattro, non spoilerare niente della storia del Cellulare scemo, altrimenti il coautore s’incazza di brutto.

Questa pagina la dedico a quelle stelle e a quelle persone che ancora non conosco. E a voi quattro che leggete ora.



domenica 13 agosto 2017

l'estate è quella casetta laggiù


    L’alberghetto era fermo all’ottantasei, e il gestore Angelo assomigliava ad Adolfo Celi con gli occhiali. Lo spazio relax consisteva in un biliardo appiccicato al ping pong, una pista tonda e legnosa dove non ballava nessuno e un flipper accanto al divano di pelle. C’era una palestra di cyclette disposte di fronte a una lavatrice, con attigua una sauna che abbiamo sfruttato in una mattina di pioggia. Ho sbirciato un Corriere della sera il primo giorno, stava su un tavolino nella hall, ma non era dell’hotel: la moglie annoiata del gestore, che leggeva Mastrocola, ci si è fiondata su appena mi sono allontanato. Era un hotel che somigliava a quegli autogrill-ponte sull’autostrada, ma di legno. Si mangiava bene, e si stava spersi e sereni come in una vera vacanza bisogna stare, almeno per me.
   Abbiamo fatto tante passeggiate. Il piccolo arrancava, e mi ricordava il piccolo Apicella in Palombella rossa. Il grande ha mostrato una resistenza commovente: merito del rap? Mia moglie respirava come Maiorca. E io? Osservavo e speravo che l’idea vacanza in montagna reggesse alla prova dell’escursione. Ha retto, e ci ha portato fino a 2200 metri.
Ho convinto il grande a salire in cabinovia a patto che ascoltassimo in cuffia il suo amato Rancore: avevo tanta fifa anch’io.
   La Val di Rabbi con le sue sparute casette, mezza abbandonata rispetto alla Val di Sole, ci ha fatto desiderare posti così appartati per le future vacanze. Invece stavolta stavamo in una zona da sciatori ma senza neve, anche se la clientela sciancata dell’alberghetto ci è ripiombata nelle nostre tendenze umanissime di radiografare le vite di persone barcollanti, anche in vacanza, anche quando sembrano più spensierate. Mi è piaciuto da matti contemplare le interazioni della famigliola con lo zio un po’ sciroccato al seguito. O quando al marito della toscana è partito un video porno a cena, e disperato non riusciva a bloccarlo. Oppure certe coppie precisine coi figli tiranni: le loro facce imploranti, le loro fughe attraverso il chiacchierar del niente eterno. C’era una bambina, Celeste, che sicuramente Kubrick l’avrebbe inserita in Shining, escludendo le gemelle, poiché emanava mistero e dolcezza in eguale misura. Al personale dell’albergo ho dedicato i migliori sguardi, i migliori ascolti emotivi. Nella testa avevo Youth, e cercavo famelico un Caine da fissare.
   A un certo punto la guida alpina, al rientro da una visita a un laghetto alpino, ci ha fatto scendere attraverso una pista da sci, d’erba. Un’anziana insegnante si lamentava della caviglia: mi sono girato e ho visto decine di persone coloratissime su sfondo verde arrancare con dignità in discesa libera. In quel momento, avessi avuto forza e più coraggio immaginativo, li avrei presi uno a uno in braccio e riportati alla base, accanto alla pasticceria.
In Val di Non, vicino al castello di Thun, ho mangiato una mela dopo circa quarant’anni. E. scendendo dall’auto ne ha colte due al volo da uno dei milioni di alberi che c’erano, il gesto ha eccitato il piccolo, che poi mangiava e rideva sfrenato mentre gli mordevo la mela, creandoci su rime allegre sul meleto.
Ridere, ci ha salvato ridere.
    A Trento, finalmente per il Muse, mi sono fissato e commosso davanti ai sassi decorati tredicimila anni fa. E poi abbiamo giocato con leve e vortici, osservato galli forcelli e camaleonti, e sudato in salita nella serra tropicale. Anche nel centro desertico di Trento si sudava, e poi al rientro, dal trenino, ho ammirato i vigneti come un unico tappeto infinito, che da Mezzocorona a Cles mi hanno riempito gli occhi a tal punto da farmi scrivere tutto contento di treni e di mie vecchie fughe, su google Drive, e con una mano soltanto.
     In quei giorni il grande mi disegnava a furia di racconti i suoi sogni di produzioni rap, di etichette e magliette, dove imprimere la sua carica creativa. Lo osservavo e pensavo alle Piccole virtù: a volte arrivano all’improvviso, dopo tempeste e pianti.
Illusioni, quelle che ci hanno tenuto saldi e felici in montagna.
Abbiamo percorso trenta chilometri in bici a trenta gradi, scioccanti per quei posti, lungo il torrente Noce. Stabilendo un’impresa, un record per famiglie non allenate e stressate da lunghi inverni urbani. Ci siamo abbracciati con gli occhi, mentre riportavamo soddisfatti le bici al noleggiatore stupito.
   Non ho usato internet in quei sette giorni, e vivevo in un’iperrealtà famigliare che mi sorprendeva. Riflettevo: potrei vivere in eterno così, mentre provo a fermare il tempo, riducendo le angosce, riuscendo a moltiplicare gli affetti.
Poi al rientro in una galleria infinita sulla variante di Valico, mentre sorpassavo un tir, a questo bestione scuro è esplosa una ruota accanto alla nostra auto. Un boato. Abbiamo tremato: E. spaventata non riusciva a parlare, il grande pensava fosse un interferenza audio in cuffia e il piccolo silente non capiva. Sono stato bravissimo a tenere strette strette le mani sul volante, a non frenare, e a dire a E. di chiamare il 112. Quando scavallo i miei evidenti limiti, mi sento bene come un leone sazio. Poi ho virato verso l'autogrill Cantagallo, dove abbiamo sublimato la mancata visita a Bologna per troppo caldo, con una mangiata di tortellini e amatriciane squisite già dal desiderio: ecco la foto delle nostre facce davanti a quelle padelle fumanti. Clic.
   Alla fine è stata la vacanza meno aggressiva mai esistita per noi. L’evoluzione ci ha spinti a credere nelle intenzioni buone, come il bisnonno Neanderthal abbiamo voglia di sotterrare asce e smartphone saturi sotto un piccolo pino cembro, come i furbastri corvi quando nascondono i loro semini ai piedi dei Larici.
Alla fine siamo rientrati abbronzati e salvi nella nostra capanna romana di cemento e glicine, dove aspettare un altro inverno, non prima di andarci a tuffare per qualche giorno nel nostro vecchio Tirreno blu.