Pagine

sabato 13 agosto 2016

elogio degli altri


  Ieri sera ho cenato con certi parenti che vedo circa una volta l’anno. Di solito in queste situazioni mi isolo, o bevo, o rido sguaiatamente: di solito non vorrei essere lì. Ieri invece volevo esserci, e non perché ho cambiato idea su di loro né per mancanza d’altro o per un’improvvisa affinità. Forse perché in questi giorni di ferie ci siamo portati appresso troppa tensione poi esplosa in macchina, a tavola, in piazza, e tale da farci rinunciare anche ad andare al mare. Fino a farmi sputare parole sentenziose di cui oggi mi vergogno. Siamo così serenamente una famiglia stramba eppure non abbiamo ancora imparato del tutto a convivere con le storture che ci portiamo appresso dall’infanzia. Qui è tutta aria di famiglia che ci pressa e rende piccolini nelle scelte, nelle parole e nei ricatti ma ieri sera sono riuscito a superarmi e dare il meglio di me: ascoltare ancora di più gli altri, praticare con grazia l’autoironia, e rafforzare l’ironia dei loro racconti. Loro parlavano di Cina o Ungheria e io di Anagnina e mia zia, eppure, ascoltare e poi far rimbalzare i racconti su quel prato ben annaffiato è stato così umano. Sì, lo ammetto: gli altri mi hanno salvato. E vale per tutti gli altri con cui ho condiviso racconti, risate e dolori. Prima degli altri ero introverso e presuntuoso: un groviglio sensibile di fumosi pensieri grandiosi.

Risultati immagini per la prima verità simona vinciHo finito di leggere La prima verità di Simona Vinci. 
Un libro che contiene tante storie legate dal filo nero della diversità internata, maltrattata e abbandonata su un’isola greca o sui marciapiedi di Budrio. Nel libro c’è una parte in cui la voce narrante racconta del rischio corso di cadere nell’isolamento mentale, di perdersi. La mia storia è ancora segnata da tale spavento: mi rivedo chiuso nella cameretta con la scritta sulla parete SIETE TUTTI STRONZI, fatta con la bomboletta. E tutto stava per esplodere, e tutto stava finendo già a quindici anni. Me la ricordo quell’ombra che si lanciava sugli scogli in una notte di novembre. Ora quell’ombra addirittura mi ripara a volte, e mi sconvolge in altre ancora, ma soprattutto oramai mi guida e spinge a frequentare gli altri, ad amarli fino alla devozione, a scappare dalle paranoie e dai silenzi quasi più lunghi dei pomeriggi afosi e massacranti di luce d’agosto. 
Simona Vinci ha scritto questo libro che è una benedizione per quelli come me che hanno sfiorato questo isolamento e che oggi se la ridono nel fa ridere gli altri in cene estive inimmaginabili d’inverno, o tempo fa.
   In questi giorni ho inviato messaggi a persone speciali – a certi altri che sono ancora più altri di alcuni – invitandoli a raggiungerci al mare disegnandogli a parole momenti di assoluta meraviglia, per conquistarli e trattenerli da me: loro sono occhi e braccia che valgono più di mille paesaggi tropicali. Nella mia testa ronzavano tour culturali e gastronomici da riservare a questi ospiti-soccoritori. So che poi gli avrei inflitto anche un po’ della mia ansia, e di quel misto di sottomissione e dedizione che caratterizza, e caratterizzerà sempre, il mio eccitante ospitare.




domenica 7 agosto 2016

E la chiamano estate? (domani, sì domani)

Insonnia.
La tavolata era lunga, fino al fondo dei nostri fallimenti. Sulla tavola frutti di mare, vino, cocomero. Mani timide, mani piccole, tutte a prendersi sprazzi di vita altrui. Sì, si stava insieme per convenienza, per una forzata serata di utilità sociale. I bimbi sono gli unici a saperlo per davvero, e per questo, forse gli unici a fingere di fingere per acchiappare qualche briciola di sincera beatitudine. I bambini lo sanno, e le bambine ancora di più, che il mondo rotola fingendo di stare fermo: così gli adulti si scannano in un precipitare di parole e rancore. Credi di fermare il mondo con qualche bicchiere di vino bianco tracannato di fretta, senza grazia e con quella faccia che a tratti lascia intravedere la smorfia del bambino che eri.
Dopo dieci righe nere.
Non posso che dichiarare tregua al mio precipitare fin dentro la notte dell’estate: non riuscire a dormire, non riuscire a scacciare via la fatica e il fallimento. Leggevo La prima verità ma sapevo che avrei dovuto scrivere la mia ultima bugia. La sincerità delle notti insonni l’avevo dimenticata. Quando senti le facce deformi dei parenti che volteggiano nella stanza, e quelle degli amici, minuscole, che si nascondono negli armadi nel preciso istante che ti siedi sul letto per pensarli.
Dopo sei righe grigie.
La porta socchiusa sul giardino buio. I pomodori dell’orto pomiciano con le melanzane, tradendo così il basilico, che intanto guarda sgomento la scena pur non cedendo lo stesso alle lusinghe della fragola. Il melograno copre tutti zeppo di frutti e pazienza, e aspetta la leggerezza di fine settembre quando gli restano solo foglie e tempo per fantasticare un’altra primavera di api e di acqua.
Dopo cinque righe colorate.
Alle cinque e tre minuti sento le ossa dentro gli occhi che reclamano un letto.




mercoledì 13 luglio 2016

ci riprovo con un orto

  Ci tengo a precisare che non sono un agronomo né tanto meno un contadino. Ho soltanto ascoltato dai sei anni con la bocca aperta i racconti che mi faceva zio sulla sua fissazione di creare orti nei posti più assurdi. A cominciare dalla postazione militare di confino a Pola, o nel campo di lavoro nazista di Buchewald o ancora in una officina di Caterpillar in America. Non ho mai osato chiedergli se si trattasse di Stati uniti d’America o del Venezuela, poiché è stato in entrambi i posti nell’arco di tre o quattro anni. Sì, perché poi è tornato in Italia nei primi anni ’50 e l’idea di orto che aveva disseminato nel mondo l’ha realizzata sulla sua terra. Ha costruito serre, cisterne per l’acqua, semenzai e prodotto quintali e quintali di ortaggi nell’arco di quarant’anni, così da permettersi di comprare due case e far studiare due figlie femmine.
Adesso che ho chiuso la bocca e guardo verso quel tempo, mi accorgo che il fatto di aver creato orti in Centri diurni, in Nidi o sui balconi di Roma, lo devo a tutte quelle storie che transitavano rigogliose dalla mia bocca. E poi, la cosa fondamentale - avrei voluto dire seminale ma sarei stato sciocchino – è stato quando all’età di dieci anni ho ricevuto in concessione l’intero semenzaio dismesso da mio zio: ecco, facc’ gl’ uort’.
E io mi misi a faticare come un mulo su quella terra soffice e nerissima: scelsi le orticole che mi piacevano di più e via, tutti i santissimi giorni, ad annaffiare e sarchiare quel rettangolo lunghissimo di terra.
Così quell’estate a casa mia si mangiavano melanzane, San Marzano e zucchine a più non posso! Addirittura, coinvolgendo un mio amichetto, quelle che a casa erano di troppo andavo a venderle alle ricche signore di Vindicio: portamele sopra vuagliò! Quante soddisfazioni quell’anno, sembravo un mini zio senza figlie, seppure  mantenevo la sua stessa aria fiera la sera, quando mi lavavo le ascelle alla sua maniera: bacinella di sapone di Marsiglia nel lavatoio all’aperto, di fronte al pollaio. La felicità la assaggiavo quasi tutti i giorni a quel tempo.
Così anche quest’anno mi ritrovo a formare, ma sarebbe meglio dire a cercare di appassionare, un intero gruppo educativo di un Nido.

Ecco, ci provo con il ricordo, ci provo con un altro orto.


mercoledì 22 giugno 2016

La pazza gioia

    Ripenso al mio lento singhiozzare dopo aver visto il film La pazza gioia. Non era proprio un pianto classico, poiché fuoriusciva dalla mia testa un liquido amaro di pensieri e immagini e addii, e stavolta non riuscivo ad arginarne la portata: era la piccola verità che premeva attraverso il film. Stavo sulla Tiburtina, era sera, solo in auto, e ogni volta che prendevo fiato mi ripetevo: è difficile, è difficile. Certe scene del film avevano graffiato e accarezzato la mia memoria, che quotidianamente tengo a bada, e che mostro soprattutto nello scrivere e a pochissime persone rigorosamente selezionate. Nel film ci sono io, c’è mia madre, mia moglie, le mie amiche, mio cugino, vecchi amici; e tante persone matte, belle e brutte, povere e ricche, che ho conosciuto negli anni di vita e di lavoro. Soprattutto c’è quella straniante bellezza di non accusare nessuno per le deprivazioni subite, che nella scena dell'incontro all'ospedate tra Donatella e il padre è incorniciata in maniera struggente. Senza fine. Ecco, questo è davvero difficile da mettere in pratica nelle nostre giornate.

   Avevo quindici anni, una mattina come tante di marzo, un subbuglio nelle stanze, pensieri confusi che riempiono la nostra casa. Si è deciso di ricoverarla. È colpa tua, incautamente dice zia verso di me, o chissà, magari era verso quel nulla rimasto appiccicato al lampadario di gocce di cristallo al centro della stanza da letto anni ’60 dei miei. Così, in quella stanza, io e la mia adolescenza ci prendiamo tutta la colpa: da lì comincio a cambiare per sempre. La colpa. E’ la stessa che mi ha portato a lavorare come Educatore nella struttura dove nel film è stata girata la scena drammatica del Tso. Dieci anni fa era il vecchio reparto dei “residuali manicomiali”, così era chiamato quel posto abitato da persone con mille tic, che parlottavano da sole, fumavano mozziconi, sedevano all’ombra accanto ai demoni, abbracciavano alberi rigogliosi, pisciavano sui muri, e ogni tanto si prendevano le botte da certi infermieri (li ho visti anche istigati da un pingue psichiatria barbuto). Ho resistito sei mesi, avevo un contratto a tempo indeterminato, e durante l’ultimo giorno del periodo di prova mi hanno licenziato. Mi davo malato spesso, non avevo voglia di stare lì. Eppure la responsabile mi aveva ingaggiato entusiasta dopo il colloquio, per cambiare le cose insieme, diceva speranzosa. Dopo un mese mi ha affidato un incarico di responsabilità, ma il sindacato si è messo di traverso, e io sono rimasto nel limbo a osservare scene tremendi, a sopportare colleghi ottusi. Il mio periodo basagliano finiva lì. Poi ho rimosso, ché avevo paura di trattenere nella mente quel buio e quella miseria umana immobile. Poi è arrivato il film di Virzì e ha svegliato e rappacificato sentimenti che si pestavano da decenni: ragazzo moro e magro non è colpa tua! E come fa Donatella Morelli nel film, chiedo soltanto di rivederlo: lei suo figlio, io il ragazzo che ero.
L’altro giorno mi ritrovo in un’Asl, dove c’è questa dolce assistente sociale che ha accolto me, le mie parole e l’origine della mia storia con fare delicato: come se volesse invitarmi a raccontare senza vergogna quello che è stato. Allora chissà, domani lo racconterò o lo reinventerò; intanto il prologo l’hai già letto.




domenica 15 maggio 2016

Esercizi di meraviglia



Esercizi di meraviglia    Esercizi di meraviglia in fondo per me è anche una bella risposta a una mail che ho inviato tempo fa: mi consigli qualche libro o autore di filosofia? Vittoria Baruffaldi in qualche modo pubblicando questo libro mi ha risposto in maniera chiara, universale e, seppur sotto il titolo ci sia scritto Fare la mamma con filosofia, io, per niente intimorito come maschio, sono corso in libreria per leggermi beato le risposte. C'ho trovato anche dubbi, incertezze e fatiche di chi si confronta col mondo intero, con una figlia in braccio e una vita da sbrigare ogni giorno. Certo, nelle pagine sono presenti anche dolcezze, attese, sguardi storici, filosofici e pedagogici, così come anche impronunciabili paure o felicità improvvise. Questo libro sa anche di speranza ragionevole: Sì, perché la speranza è un problema serio: è dare forma a quello che non si è ancora ma si vorrebbe essere. Eppure la speranza non appartiene al domani: è cogliere l’eternità nell’istante. Un passo al di là, un effetto prodotto, un incontro con l’altro. Questo scrive l’autrice in Cucinare la speranza, un capitolo di questo libro di 130 pagine che ho letto un pezzetto al giorno, per farmelo bastare senza ingordigia.
 Seguo da tempo il suo blog dove narra le sue peripezie quotidiane con babyP, e intorno a loro ci ho sempre visto anche una sottile descrizione del mondo che diventava di volta in volta più grande o più piccolo a seconda dell’umore, o dell’argomento trattato. Così, in un’assolata domenica mattina, sono arrivato emozionato davanti allo scaffale in Galleria Sordi, con quella voglia di stupore che mi assale quando la mia testa trabocca di curiosità per l’altro che hai frequentato solo attraverso le parole. E in questa mia epoca brizzolata, non è poco per niente.

   Ad un certo punto, nel capitolo La madre socratica, l’autrice spera che non le mettano cicuta nel Crodino. Sta al parco insieme ad altre madri, forse scosse dalle sue confutazioni che “con gli occhi sporgenti” incalza “cos’è davvero importante per il futuro dei vostri figli?”, e loro a rispondere troppo sicure di sé: imparare l’Inglese, il Judo, il violoncello, il ballo tribale… Ecco, scrivere un libro da mamma non significa che sia solo per mamme, ovvio, ma le categorie affliggono l’editoria, ahimè; qui invece si parte da un punto di vista personalissimo, usufruendo di uno stile lieve e asciutto ma che sa scandagliare precipitando nelle cose vere della vita, facendosi strada con la lente della filosofia. Così si va a sbattere contro delle verità che fanno a botte col dubbio. Ed io, confuso d’attesa, prendo alla lettera ogni quieta incertezza di questo splendido libro. E mi siedo e aspetto speranzoso un nuovo capitolo della scrittrice Vittoria Baruffaldi.

venerdì 22 aprile 2016

Romics e noi



     Avevamo dei biglietti omaggio, era domenica, si stava sereni abbastanza da rischiarci una domenica. Andiamo al Romics. Fiera di Roma. Appuntamento davanti alla parrocchia, dove gli amici del piccolo vanno a messa. Si parte.
Già dalla Prenestina rallentamenti. Google Maps mi dice che ne avremo ancora per un’ora abbondante. Smadonno. Devio all’Eur: intanto sulla Magliana direzione mare il sole ritorna domenicale per noi. Non ero mai stato alla Nuova Fiera. Un parcheggio immenso ci accoglie, in fondo vedo un tunnel pedonale pensile di ferro e vetro: e io penso subito alla solitudine notturna di luoghi così. Sfila accanto a noi un’intera comitiva mascherata da terroristi o poliziotti, non si capisce bene, con armi in pugno e tanto di cane con museruola nera che avanzano con passo marziale in direzione del tunnel. Rido di sguincio, e penso che in verità non sono mai stato un fumettaro, solo Zagor e Topolino da piccolo, poi da grande Gipi e Zerocalcare, un po’ di Peantus e un altro po’ di altre cosette sparse qua e là.
Una volta dentro ci ritroviamo nel fiume di persone che sfoggiano serenamente superpoteri, e ragazze con vestiti succinti che si lasciano fotografare ammiccanti, poi altri ancora con scatoloni colorati addosso, e tante altre infinite maschere che non riconosco: proseguono  ingombranti verso il chiassoso palcoscenico del Romics 2016. Tra loro ci sono le immancabili comitive sudate, con parvenze teppistiche, che intonano canti come allo stadio. Accanto a uno stand coloratissimo fisso una famigliola affamata di emozioni da catturare: Matte’, te voi fa’ ‘a foto con spaidermeen?


 A me sembra di stare a una festa patronale, ma organizzata meglio. Giochi digitali invece della pesca dei pesciolini rossi, stand al posto delle bancarelle, sushi al posto del muss’ de’ puorc’. Mi sento circondato da migliaia di ragazzetti tutti eccitati che non si accorgono del mio stupore, già, sono vecchissimo per loro e li capisco, anche se in realtà vorrei capirli meglio, ma forse dovrei cominciare a giocare come loro. Ma come faccio? Sarebbe una mimetizzazione asimmetrica, ridicola. In fondo è impossibile, e questa smania di conoscere tutto per me ha i giorni contati: parlo di quello che so, scrivo quello che vedo, il resto è soltanto un enorme pregiudizio affettuoso verso questi ragazzini, almeno per oggi.
    Mi avvicino a una specie di arena sponsorizzata dalla regione Lazio, sprofondo sul puff che fa da salottino accanto a dei venditori di giochi; ne approfitto per prendere fiato e mettere a caricare il cellulare. Sfoglio il programma. Intanto mio figlio mi chiede di comprare Nba ps3, cedo subito, in fondo cinque euro dentro a questa baraonda spendereccia mi sembra il minimo, figlio bello. Sbircio, tra decine di eventi oscuri ce n’è uno interessante per vecchi come me: lo sceneggiatore di Zagor al padiglione 5! Ma è nel pomeriggio, intanto ci tuffiamo nel fiume degli altri padiglioni. Arriviamo a quello che ospita gli youtuber e mi para davanti la scena che il figlio grande mi aveva raccontato il giorno prima quando con i suoi amici, ormai più per abitudine che per vero piacere, si erano fatti un giretto qui: c’è un casino, so’ organizzati proprio male! Mi ritrovo in mezzo a ragazzini ancora più eccitati, ancora più caciaroni di quelli di prima: vogliono le magliette, gli autografi e i pop-corn. Sul palco ci sono dei ragazzotti con felpe grigie che fanno battute meno riuscite di quelli di Made in sud, e si lasciano acclamare dalle festanti comitive, facendoci intendere dove sta il centro del mondo oggi. In fondo somigliano agli amici dei nostri figli, con quelle facce e quelle mani che un tempo forse erano timide e ora stanno lì per compiacersi di una gloria a buon mercato, spinti magari da vecchi produttori assetati di clic e soldi facili. Boh! Forse sto svalvolando coi pensieri in mezzo a tutti questi watt-giga-laser. Intanto lasciamo i nostri figli a fiutare le loro star sotto il palco. Ne approfitto al volo e dico “vado a sentire lo sceneggiatore”, ma D. mi fa: ma ce stava alle 15! Ma davvero? e non era alle 16? Rispondo già rassegnato. Riprendo il programma e scopro di una proiezione al padiglione otto. Scappo. Ci sentiamo dopo, eh. Per ridurre i sensi di colpa avevo invitato nel frattempo mia moglie a fumarsi una sigaretta per conto suo, e poi, una volta al padiglione otto, la chiamo ricordandole che allo stand della Panini ci sono gli autori di Topolino che fanno i disegnini ai ragazzi, magari al piccolo piacerebbe... Immagino la faccia di mia moglie davanti a questo mio solito teatrino telefonico, e così decido di salutarla abbassando i toni. A vedere la proiezione siamo in sei, di cui due ragazze lì per riposarsi e chattare in pace. Parte L’Augellin’ Belverde di Luzzati, musiche di Fossati e Oscar Prudente. Allora mi vedo dall’alto un po’ alla maniera dello scrittore di Caserta (che vive a Roma!): ai lati un intero mondo nerd che smanetta all’unisono, famiglie affaticate appresso ai loro piccoli e io, solo, al centro di una saletta anonima a vedere una proiezione che sarebbe potuta esserci anche nel ’73. Mia moglie se la ride pensando a queste mie patetiche fughe, così come ride di gusto anche mentre si fa fotografare accanto a un personaggio di Star Wars con tanto di spada laser: poi pubblica su facebook la foto e ci ridiamo su per tutto il viaggio di ritorno. Noi siamo così: un po’ Flintstones e un po’ Star Wars, sempre fuori luogo ma con una smania festosa di mischiarci col mondo, ridendo di noi, e di tutti i panni dei personaggi che abbiamo indossato in questi anni assieme. Quando si usciva con fare da intellettuali alle feste dell’Unità, o corrucciati e malinconici ma bellissimi dai concerti punk rock, o ancora seri seri, zitti zitti da certi cinema d’essai, infine anche  felici e sguaiati dopo certe cene dove la nostra autoironia diventava il sale della serata.
  Mio figlio alla fine non è riuscito ad avere il disegnino: era già tutto prenotato dal mattino. Lo porto da un fumettista che conosco, ma niente, questo cazzeggiava di un suo prossimo evento “altro che Romics” - dove lui però sta promuovendo il suo libro eh – e non aveva voglia di fargli il disegnino. Mio figlio con la testa abbassata e stanco mi sorride come a dire: ma lascia stare questi mezzi fricchettoni sempre insoddisfatti, sempre contro, sempre sazi (sì, lo ammetto, sto paternalmente proiettando fiducia nella luminosa mente del mio piccolo).

Prima di andare via ho dovuto tirare fuori i superpoteri. Non si trovavano gli altri due ragazzini della comitiva. Stavano ad aspettare autografi degli youtuber, ma non rispondevano al telefono, e nemmeno all’annuncio che ho fatto fare da Dexter in persona. Così chiedo a uno della vigilanza se posso entrare a cercarli. Mi spostano le transenne e mi ritrovo tra le star del web. Sbuco fuori e sento urla stridule, mi fissano tutti questi occhi e io fisso loro, ma come mi vedono con una giacca beige e la barba incolta non mi cacano nemmeno. Intanto sfilo davanti alla transenna e punto ancora agli occhi: sono stanchi questi ragazzini eppure gli brillano ancora da fare spavento. Becco i nostri eroi, sono schiacciati in prima fila. Mentre esco con loro sento una vocina che mi chiama: ehi, ho solo un misero blog con massimo venti visualizzazioni al giorno, penso vanitoso mentre mi giro lentamente, e chi vuoi che mi riconosca… invece eccola, è M. 12 anni, col fratello B. e il papà A., e fanno parte di un progetto educativo che sto seguendo in questo periodo. Sono contenti di vedermi e me lo lasciano intendere dai loro occhi vivissimi e, mentre i due eroi degli autografi prendono i cazziatoni dalle loro madri, io li abbraccio tutti e tre assieme: così oggi credo di aver fatto almeno due cose buone nella vita. Stavolta non piango, no, sono troppo stanco, invece abbraccio barcollando mio figlio sul viale alberato dell’uscita mentre tu ci osservi da dietro: e ora, davanti al piccì, sento negli occhi quel tuo sguardo come una lieve carezza laser.


venerdì 4 marzo 2016

Di cosa parliamo quando parliamo di figli?

  
    Che cosa pensi veramente quando scrivi dei tuoi figli? Poco e tutto. Da sempre volevo fare il padre, già a dieci anni. Con gli amichetti preferivo avere il ruolo di guida e frequentavo sempre quelli più strambi, gracilini o ciccioni, insomma, bambini sfigati. Poi negli anni ho pensato che fosse difficile, quasi impossibile, diventare padre in mezzo alle bufere che vivevo quotidianamente. Ancora di più quando stavo depresso e pensavo che scappare con un treno per il nord fosse la premessa per una sparizione perfetta, necessaria. Sono scappato diverse volte, ma in maniera organizzata e declamata soltanto una volta: già a Bologna stavo in lacrime e ascoltavo al telefono la ramanzina tuonante di mio padre. Cosa c’entra questo coi figli? Niente e tutto: i figli ti costringono a esserci sempre, e pure a salvarli, aggiungerebbe lo scrittore De Silva. L’altra notte non riuscivo a dormire, mi tornavano su i pensieri del lavoro, pieni di risposte non date, di riunioni come ring desolanti, di spettegolamenti fatti e subiti, e allora mi sono messo di fianco a fantasticare una fuga. Di quelle che poi diventi randagio e guardi storto le persone per strada. Be’, stavo così esagerando con quei pensieri che mi sono spaventato, seduto, fuori diluviava e così per distrarmi mi sono messo a leggere l’ultimo racconto di Dieci dicembre. Un libro che leggevo così e così, anche se alcune parti erano commoventi, fulminanti e con delle belle immagini. Leggo l’ultimo racconto e mi accorgo che somiglia molto al racconto-incubo che stavo facendo nel pre-sonno. Che paura! Il racconto mi era piaciuto, ma l’idea che avessi anticipato nella mia testa la trama, senza saperne nulla prima, ha creato un’atmosfera che mi ha turbato tantissimo, laicamente sconvolto.
  L’indomani con frenesia mattiniera ho spostato i resti della potatura che ricopriva l’aiuola di mio figlio. Sì, perché insieme l'estate scorsa abbiamo cominciato a riempire di sassi e gerani uno spazio abbandonato, e facendolo quasi sgomitandoci coi sentimenti e con le braccia, mi sono accorto di quanto avevo bisogno di fare insieme  a lui. Lo osservavo sudato e soddisfatto e allora mi ripetevo: ascoltalo di più e ogni tanto, senza paternali, ricordargli che stare al mondo è sempre una lotta contro il tempo, e una festa non un capriccio. E fagli capire, senza far pesare il tuo passato di attivista mezzo progressista e mezzo romantico, che alla fine della giornata bisogna sempre restare con un sogno in tasca. Ancora, prova a trasmettergli la bellezza attraverso l’attesa dei fiori di un Mandorlo. Sussuragli, senza sdolcinare come nelle fiction, che volersi bene è il massimo che si possa scambiare con gli altri, e che il bene poi ci incolla al nostro tempo fino a farci progettare aiuole di pietre e di fiori. I miei figli, specchi splendenti dei miei pensieri più belli. Ora ci sono anch’io in attesa tra di loro, a gambe penzoloni sul ramo di Mandorlo.







giovedì 25 febbraio 2016

Vergogna a Stoccolma

 
Abito in una zona a ridosso di una città che si espande ogni giorno come una macchia d’inchiostro. Dal limite estremo sentiamo l’odore delle novità, delle feste sulle terrazze e delle donne bellissime che la sera come piume d’uccello transitano sopra le vie del centro. Da noi l’autobus ci arriva da poco più di un anno. Il minimarket l’hanno aperto a settembre scorso e chiuso poi a febbraio. Il solarium non c’è più, al suo posto le pompe funebri. Due parrucchieri uno accanto all'altro. Un veterinario, e tre barpizzeriatavolacalda. Dieci anni fa abitavo in un palazzo scorticato dalle acque sulfuree e i tir la notte facevano manovra dietro al mio collo, e chissà che sogni on the road facevo in quelle notti. Stanotte invece ho sognato che partivo con il traghetto, mentre la mia famiglia restava sulla terra ferma e non riuscivo a fare i biglietti per restare sulla terra, e per questo litigavo in cabina con il Capitano, e così vedevo allontanarsi la terra con le persone a cui voglio bene: disperato mi sono svegliato di soprassalto. Sono stato tutta la la giornata ad accarezzare di sguardi mia moglie e i miei figli.

   Penso, mentre fischietto nel parchetto sbrindellato del quartiere, che negli anni avrei dovuto applicarla in scandinavia la mia moralità. Non qua. Ora osservo una bordura di bottiglie di birre intorno a un olivo piantato da me anni fa, tutto spontaneo qua, almeno la Malva resta silenziosa e regale, indifferente ai nostri affanni urbani. Piantavo alberi, facevo figli e cercavo il lavoro della mia vita. Poi sono cresciuto, quasi più veloce dell'olivo, ma sicuramente meno dei miei figli. Adesso, senza affanni misteriosi o attacchi di panico per strada, m'incammino lentamente verso la scuola del piccolo, e trattengo a stento le ghiandole lacrimali al pensiero che dimenticherò l'epoca delle prime pappe o della prima volta che hanno mangiato a pezzi, e i giochi pomeridiani sdraiati sul pavimento fino allo sfinimento, così come quei cambi di pannolini serali, con quella luce di taglio da ottobrata. Poi al letto si rideva fino a quando i bimbi crollavano a malincuore verso il sonno. Io restavo sveglio, e vagavo nel salone e su internet: rumori di auto fuori che si fondevano nello scricchiolio della connessione analogica, procurandomi un brivido che non so ancora spiegare. In quel tempo ansioso e felice comunque mi nascondevo, mi vergognavo, mi sentivo piccino, insicuro, buono a nulla e non riuscivo nemmeno a disprezzare chi andava disprezzato. Non era per bontà, no, era che non ci riuscivo proprio: mi mancava il coraggio della cattiveria a piccolo dosaggio.
   In questi giorni di minima cattiveria, di lucida resa e di clamorosa consapevolezza esistenziale, la mia commedia obbedisce a un'altra sceneggiatura: di vergognarmi ancora ma stavolta di quello che scrivo, e nonostante continui a farlo tutti i santi giorni con piacevole stordimento. 
Dottore, hai capito come sto?

il dottor Gachet (Van Gogh)

Ieri è tornata Lei, aveva gli occhi stanchi e pungenti e con la sua bellezza mi ha suggerito di vergognarmi ancora e di farlo regolarmente tutti i giorni. Già dall'alba. 
Come bere l’intera moka di caffè.
Come spiare la famiglia di fronte.
Come fare l’amore nel pomeriggio. 
Come raccontare la sua malattia. 
Come piangere durante la sua recita.  
Come vedersi tra i fiori fiero e fallito.
Come rinascere la domenica mattina.
Come adesso, poco prima del clic.
Ecco i buoni propositi da praticare prima di scappare a Stoccolma.




(voglio che la vita mi lasci in pace nella contaminazione tutta mia di queste canzoni)



lunedì 8 febbraio 2016

mi fermo un po'


   Cari miei non so più cosa scrivere. Mi vergogno, mi struggo, e penosamente capisco che qualcosa si è spento: quella smania esplosa cinque anni fa di scrivere, di esserci così, forse. Ora sono bloccato da mille paure, e fiutando il deserto interattivo, capisco di stuzzicare poco la vostra attenzione, allora mi rendo conto che tutti abbiamo infinite cose da leggere impilate sul comodino, o in attesa sul tablet. Quindi mi fermo un po'. 
Vi invito, se di tanto in tanto capitate qui, come faccio io, di dare un'occhiata ai vecchi post. Sto rivedendo cose scritte di fretta, buonine sì, ma che con l'entusiasmo di quei giorni buttavo troppo in fretta nel blog. Ecco, la fretta voglio ammazzare, e la grazia stare ad aspettare.

Belle cose a tutti voi.


sabato 6 febbraio 2016

Due ciambelle

    
   Edoardo arriva di corsa fino alla riva poi frena, col piede sinistro sfiora l’acqua, barcolla per due secondi e si volta per guardare la madre. Un attimo dopo arriva pure il fratello piccolo, ma non riesce a frenare: si ritrovano entrambi in acqua. Urlano per metà divertiti, e per l’altra metà preoccupati per l’imminente ramanzina della madre. Non sono ancora in costume. Non arriva nessuna ramanzina. I genitori sono già coi culi affossati nella sabbia, a un paio di metri uno dall’altro. Giocano con la sabbia. Lui scava rimanendo sempre allo stesso livello di profondità, lei invece se la lascia passare tra le dita lentamente, osservandola mentre scende. Da lontano si somigliano, e se non fosse per il seno di lei e il costume attillato di lui, potrebbero fondersi in un'unica figura. Ci sono pochi ombrelloni aperti, è fine giugno e i villeggianti se ne stanno ancora indaffarati in città. Nel frattempo i due bimbi sono in acqua alta quanto loro, affogandosi a vicenda fino allo sfinimento, ridendo. C’è una coppietta vicino a loro, sono nascosti da un gozzo ancorato; si baciano e si abbracciano e si capisce che quel salato tra le labbra sta aumentando le voglie di entrambi.

   Passa il traghetto al largo e spacca in due il mare come un grande cocomero, lasciando dietro alla poppa una scia che oggi appare ancora più inquinante: schiuma che si mischia col fumo nero di nafta. Poi sparisce.

     Luisa viene da una notte insonne, ma questo non le ha impedito di preparare la sua solita buona frittata, che si è andata a prendere tutta l’aria della casa annunciando la gita domenicale: al mare o scampagnata o giretto nei parchi cittadini. Oggi non si sta solo fino al primo pomeriggio, ché se va bene a papà, oggi si rimane addirittura fino al tramonto. Fino a quando gli spiaggini degli stabilimenti accanto non avranno smontato in fretta tutti gli ombrelloni, lettini e sdraio che durante il giorno disegnano la spiaggia come un enorme manto colorato. A quell'ora si beve la birretta con la busta di patatine aperta sull'asciugamano.
     Frequentano da sempre la spiaggia libera: un corridoio stretto e lungo che accompagna lo sguardo fino al mare. Dalla strada vedi armonie strambe di linee confuse e colori diversi, persone con pose che altrove sarebbero oscene, e bimbi che scavano infinite buche con l’idea fissa di trovare l’acqua, pur sapendo che sta lì a meno di tre metri dai loro piedi. Eppure, quando arrivano con le mani all’agognata acqua, urlano nemmeno avessero trovato le pepite d’oro nel proprio giardino. La spiaggia libera, questo spazio vivo, estemporaneo, caotico e colorato accoglie anche oggi Luisa e la sua giovane famiglia.
     “Ti ricordi quando passava la signora delle ciambelle?”.
     La frase non ha ancora ricevuto la brezza per spostarsi, rimane ferma in aria sotto gli aquiloni. Luisa non vuole rispondergli subito, oggi non le sembra il caso di rispondere immediatamente. Oggi ha dei suoi ritmi interni da rispettare, dominati dalle sue ansie strozzate in pancia. E quei grovigli di pensieri. Il marito aspetta con la testa abbassata cercando di trattenersi, almeno oggi vuole riuscirci.
   “Ricordo eccome! Ne volevo sempre due, una da mangiare subito e l’altra dopo il panino con la frittata”.
   “E sì, e che piacere tutto quello zucchero che si appiccicava alla bocca e andava via solo al primo tuffo in acqua, eh Luì?”
   Tonino invece risponde subito, a causa delle sue ansie da prestazione che galleggiano da sempre tra i suoi occhi e quella enorme bocca aperta. Aspettare per lui è come perdersi qualcosa, che poi non si capisce mai cosa sia davvero questo qualcosa.
Tonino, alleggerito della risposta sul ricordo delle ciambelle zuccherose, si fa coraggio e poggia la testa sul ventre della moglie. È bollente e molle, e gli procura un accenno di erezione. Vede il cielo azzurro senza nuvole e sente il mare della riva che si appoggia sulla riva. Pensa all’appuntamento di domani mattina, si scurisce, allora tenta di addormentarsi. Luisa nel sentirsi premere il ventre è costretta a uno sforzo di posizionamento, respira un po’ affannosamente, ma in fondo le è piacevole sopportare quei capelli e quelle ossa addosso: dallo sguardo si direbbe che la faccia sentire meno preoccupata.

foto di Luigi Ghirri


   “Mamma abbiamo fame!”
    Nel rialzarsi di scatto sente una fitta, ma nessuno se ne accorge. Rassicura i bambini che i panini sono nella borsa, e che glieli da subito, poi li osserva: dura pochi attimi. In quegli attimi lascia scorrere immagini di lei bimba nella sporca casa dello zio al paese, scure e tristi immagini che lottano nella sua mente con quelle dei suoi figli, di ora, nitide nel loro splendore. Sarebbero un caos nella testa di un altra persona ma non nella sua, che invece le accoglie e si commuove, ma nessuno se ne accorge. Ora Tonino è a gambe incrociate con il panino tra le mani, negli occhi il fastidio del sole, accanto alle sue gambe i due bimbi che sbriciolano felici.
   I due innamorati di prima sono usciti dall’acqua e camminano avvinghiati verso l’ombrellone fissandosi negli occhi, intervallando lo sguardo con vedute vaghe tra la sabbia e il niente.
   Il piccolo si sta leccando le dita impregnate di sottiletta filante e, tra i crateri di sabbia che hanno scavato poco prima, ci sono caduti pezzetti gialli di frittata che da lì a poco saranno sotterrati senza tanto sforzo da milioni di piedi irrequieti. I topi del turno serale sono già in allerta.
     “Ti va di andarmi a comprare un gelato?”.
     Tonino sta già contando gli spicci e si sta avviando quando Luisa gli chiede, con una smorfia che sembra un sorriso soffocato “ma almeno chiedimi quale gelato voglio, no?”. “Vabbè, ma lo so già, ti porto il solito cornetto”. Luisa sta per cazziarlo, ma osservando il marito di spalle, con quel costume blu comprato da lei otto anni prima all’Oviesse, e intuendo che quel suo corpo asciutto e curvo nasconda chissà quali paure, lo perdona con quei suoi enormi occhi verdi gonfi di lacrime, ma nessuno se ne accorge.

    “Coccobello, coccorinfrescante!”

    Con la pancia schiacciata sulla sabbia Luisa parla al telefono con Rosa: le racconta di come si sia prestata volentieri a delle nuove porcate, e di come a Tonino gli erano tanto piaciute. Anche se durante, continua, dice di averlo visto che faceva smorfie strane, erano d’insoddisfazione? Poi insiste che quando lei gli stava sopra, si era guardata le cosce, intravedendo una piccola, quasi impercettibile, smagliatura. E le chiede: perché ho fatto quelle cose per lui? Ho paura di perderlo? Per fortuna si erano subito messe a ridere come due adolescenti e le risposte erano rimaste sospese tra la sabbia bollente di Luisa e la pianura afosa di Rosa. In realtà nella sua testa non c’è niente di adolescenziale in questi giorni, tra l’amore di quella notte e il mare di questa mattina. Tonino lo sa, ma preferisce terminare le frasi al posto suo e correre a comprarle i gelati.


   Con tutta la panna che si scioglie sulle labbra e senza neanche pulirsi, e con tutta quella cioccolata che mastica nella bocca, Luisa, accortasi di un’imminente sonnolenza negli occhi del marito, gli dice: Tonì, ma domani, prima di andare in ospedale perché non ci fermiamo al bar a fare colazione? Ha certe ciambelle buone il Bar Del mare, così magari ce ne mangiamo due a testa. A quel punto con la lingua si decide a pulire il labbro inferiore e mentre lo fa sembra una bimba che non vuole far cadere nemmeno una goccia di gelato a terra, ché vuole trattenere più a lungo possibile quel sapore dolciastro nella bocca. Sorride con gli occhi socchiusi, e con la testa reclinata verso la sabbia produce uno sforzo esagerato. Ma nessuno se ne accorge.

(racconto di Elisa Gatti, ditele cosa ne pensate, le è necessario saperlo)




venerdì 22 gennaio 2016

Vi racconto questa al volo

    Cadute di mia madre, ricordi di mio padre: sintesi del mio asciutto presente assente.
Come mi piacerebbe ogni tanto scrivere così, di pensare così: fottermene di sembrare quello che sono davvero e sfondare l’ignoto che mi aspetta.



   Allora vi racconto questa al volo. Stavo ad Assisi con l’amore mio a visitare basiliche e vicoli. Mangiare panini al salame di cinghiale, soccombendo al cartello delle norcinerie: 4 euro a panino, arrenditi.
Insomma, si gironzolava nel borgo della pace, spensierati e beati: si aveva ancora addosso l’odore dell’amore ritrovato. Lei mi fa: andiamo a vedere anche S. Chiara. Ma no, faccio io, scade il ticket del parcometro, e poi c’è la nebbia fino alle porte di Roma, e sai che non mi piace guidare col buio e con la nebbia. Niente, ci vuole andare. Comincio a innervosirmi, aumentando il passo. Entriamo nella la chiesa di S. Chiara, al confronto delle basiliche francescane sembra una chiesetta qualunque. Facciamo un giro veloce. Poi la stacco, dicendole mentre mi allontano di raggiungermi con calma. Appena giro l’angolo comincio a correre. Mancano tre minuti e poi mi tocca dare altri soldi al Comune di Assisi. Prendo l’ascensore per il portico romano: un minuto. Batto il record di Mennea e arrivo davanti alla macchinetta, scavalcando un’intera famigliola. Infilo il ticket in scadenza. Ce l’ho fatta. Sudo di gioia. Mi chiede i soldi, e io con fare mitteleuropeo infilo il bancomat. La macchinetta impazzisce: lampeggia tutta, si blocca il display. Allora pigio l’allarme sos, pensando sia il microfono per parlare con un operatore. Intanto il bancomat non esce. Mi fermo un attimo per ragionare: ho infilato il bancomat nella fessura delle banconote. Momenti di terrore. La famigliola mi sostiene. Di colpo la macchinetta sputa fuori il bancomat. Rimetto il ticket ma non mi bastano i soldi. La famigliola me li presta. Infilo… scatta l’ora successiva. Sbraito. Maledico i santi dei parchimetri, gli assessorati e qualche municipalizzata: bestemmie da cittadino incazzato. Salgo su e minaccio l’omino barricato nel gabbiotto: perché non mi hai aiutato! Lui bofonchia spaurito ed io urlo. Poi il crollo. Lei mi sta guardando davanti al gabbiotto e gli faccio assai pena. Mi allontano in direzione del borgo accanto alle carceri. Passeggio e penso: sono uno scemo, un ossessivo e un finto pacifista. Basta un ticket scaduto e divento un mostro. Con questo pensiero osservo i balconcini ordinati, pieni di fiori invernali. Penso a come si rischia di far cazzate, di deludere i propri pensieri, la moglie, e di cosa penserebbero i miei figli se mi vedessero quando mi comporto così, nonostante tutto il resto che faccio.


  Ritorno verso il parcheggio con una smorfia nuova sul viso, mi avvicino al mio amore che diventa sempre più grande, a misura umana, e la bacio davanti a tutti.

(la verità è che mi vergogno di tutto, e negli anni mi sono sempre nascosto, ma oggi, pieno di fantasia e vuoto d’ignoranza mi tuffo sul ghiaccio per danzare nell’acqua).


P.S.
Sto rivedendo un racconto del 2011, ché mi sono accorto di averlo abbandonato ingiustamente. Avrei bisogno di farvelo leggere per capire se ne vale la pena risistemarlo. Contattatemi, così ve lo invio. peppestamegna433@gmail.com
Grazie davvero.




lunedì 21 dicembre 2015

il (mio) posto


     Me ne stavo sdraiato sul divano letto e tutto d’un fiato leggevo Il posto, di Annie Ernaux. Il libro comincia dalla fine e poi ripercorre attraverso poco più di cento pagine un distacco lungo almeno quanto una generazione. Lo fa senza nominare la mutazione antropologica né maledicendo il presente, eppure, nel suo silenzioso allontanarsi l’Io narrante srotola densi addii a un mondo, e al suo linguaggio passato: scorro le pagine e sento il distacco che sfuma lentamente. Una liberazione? Una necessità ineludibile, forse.


    Dentro certe case vecchie come questa di mia madre, e nei dialoghi di certi weekend pieni d’affetto ma privi ormai di comuni significati, avviene il mio distacco silenzioso: mentre si ricordano morti, malefatte dei vicoli, e ricordi di mangiate di pastarelle nelle domeniche passate. Il resto, quello che è accaduto nel frattempo, negli anni della crescita, riguarda soltanto te, e non più a quel mondo che intanto osserva stupito i tuoi capelli brizzolati, nonostante continuino a parlarti come se domani cominciassi la scuola media. A loro, infatti, in questi anni di tregua e dolori disseppelliti, racconti soprattutto quello che parte dal velo di normalità che copre oggi la tua storia: moglie, figli, lavoro e questioni di città.


 "Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci".

    In piena notte mi ritrovo a sottolineare a mente passi folgoranti e poi, verso la fine del libro, mi alzo nel freddo della stanza e punto a un mio vecchio cassetto. Cerco una matita per sottolineare, ricordare, ché mi sale la smania di raccontare agli amici queste frasi che stanno spegnendo per sempre ogni velleità di riattaccare rotture. Niente, nel cassetto c’è di tutto tranne una matita: batterie ossidate, guanti, pinze, bottoni, pagelle e foto giallognole sparse. In fondo scovo l’ultima carta d’identità di mio padre, fatta tre anni prima che morisse. Nella foto già i segni della senilità misteriosa che lo stava schiacciando; e immagino mia madre che fuori dalla cabina gli dice con insolenza di stare dritto, un attimo prima dello scatto. I suoi occhi sono spenti, niente forza né coraggio ma solo una resa che mi aveva dilaniato durante quel periodo: era il 2001, nasceva il mio primo figlio e dopo tre mesi piomba la morte di mio padre, poi con l’anno nuovo la mia laurea, inattesa e indifferente per quel mio vecchio mondo. Scosse di assestamento per tutto quell’inverno. Poi ho dimenticato, e oggi sono ritornato.

    Il libro di Annie Ernaux è esile e potente dentro una storia come tante dello scorso secolo, eppure lei sceglie parole e periodi che sanno inquadrare con maestria la sua storia che si rimpicciolisce dentro la Storia, e (a tratti) viceversa: lo sfondo si fonde nei fatti, nessun giudizio e nemmeno complicità emotiva durante le fasi più drammatiche. Solo una scrittura precisa, che squarcia i significati attraverso i fatti, le cose, le azioni delle persone che riempiono questa breve e intensa storia, prima che tutto scompaia in un vuoto futuro: il momento della lettura, o l'immagine sfocata di nostro figlio già in un'altra casa. Mi sono commosso lo stesso mentre mi spostavo nel letto a ogni capoverso per non cedere al pianto, a me piace cedere quando resto da solo, ma poi mi scopro a lottare lo stesso da sempre contro questa splendida debolezza. Chissà perché.


   "Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre. in cui anch'io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un'altra".
  Nel libro c’è solo concreta letteratura che poggia su quella politica della letteratura che la scrittrice francese ha utilizzato lentamente, sedimentando le parole, scegliendole accuratamente per raccontare questa storia: scrivendolo non in maniera spontanea. La riflessione sulle parole è per me qualcosa che assomiglia a una lotta, a una scelta che crea una necessaria disfatta di bauli di parole non utilizzabili per quello che  hai deciso di raccontare. Questo è un po’ quello che ho assorbito anche durante l’incontro di Annie Ernaux a Più libri più liberi, accanto al suo traduttore Lorenzo Flabbi, nella sua minuta posa ma con una forte personalità la scrittrice se ne stava un po’ spaurita davanti a noi devoti strambi di quest’arte della lettura, cui immoliamo interi pomeriggi festivi. Poi ho fatto la fila per la dedica, e mi sono inginocchiato dicendole “Mercì”.




lunedì 9 novembre 2015

Amavo Pasolini, amavo la mia sconfitta.


     All’epoca leggevo “Scritti corsari” notte e giorno, a casa dei miei, in una stanzetta disposta alla Van Gogh: invece sarei dovuto stare a Firenze nella scuola di Luciano Ricci a imparare come si fa lo still life. Leggevo Pasolini per nascondermi. Qualche anno prima avevo varcato una clinica psichiatrica per quindici giorni di fila: ci andavo a trovare una persona importante. E in quei giorni mi è piombata addosso la certificazione sociale della mia diversità: testata cambiando quattro prime superiori in tre anni. Avevo la testa che somigliava a una giungla: l’allerta, l’ansia e la solitudine sostituivano l’acne, le ragazzette e le canne. Facevo finta di niente, come se quelle bufere non accadessero proprio a me, e addirittura da quei giorni ho cominciato a sentire di poter salvare gli altri con la buona volontà, l’esempio. Figuriamoci se non mi salvavo anch’io, nel frattempo. Così Pasolini compare nella mia stanzetta e mi fa: Io so, ma non ho le prove.  Fu un gioco da ragazzi stare dalla parte dei giusti.
    Leggendo un pezzo su Rivista Studio mi è venuta la smania di disobbedire alla retorica e andare giù pesante contro la mia storia, e vedere bene cos’era la mia passione per l’intellettuale di Casarsa. Sì, perché la lezione di Pasolini io l’ho consumata mischiandola pericolosamente assieme alla mia inconcludente formazione, e poi nelle conseguenti mille peripezie lavorative. Dalla frequentazione di quei casi disperati, grovigli d’ingiustizie e sofferenze ho scoperto di aver sbagliato quasi tutto: avrei dovuto iscrivermi a Lettere, non a Scienze dell’Educazione. Punto.
    Correvo lungo le strade piene di erbacce del mio quartiere, con De Gregori nelle orecchie e pensavo all’idiota convinzione di allora di sentirmi bene in brutte periferie: ricordo che costringevo i poveri amici che venivano a trovarmi a Roma a tour domenicali per Tiburtino III, quartiere senza nemmeno l’ombra di un’imminente gentrification. Poi quel godere imbarazzante nel fare del bene, e quel leggero stato di trance quando sentivo di non dovermi preoccupare a imparare, perché mi bastava essere. In fondo me ne fregavo di quelle vocine che mi dicevano che stavo sbattendo soltanto contro un muro pieno di locandine di concerti in topaie o di cineforum anticapitalisti: dietro quei muri terribili solitudini a cui solo adesso riesco a dare un nome. Segretamente disprezzavo quell’approssimazione nei ragionamenti che circolavano in quel periodo sia nella mia testa che in certi luoghi che adesso fatico a considerare frequentabili: tutta quella fredda ideologia come pioggia insistente sulle nostre teste frastornate dal tempo. Mi rivedo in quella strada dritta e buia, nel quartiere degli studenti, con un magone che mi scivola fin dentro i pantaloni a coste di velluto, in compagnia della disperazione silenziosa che non raccontavo a nessuno, nemmeno a te.
   Tanti anni fa, in un pomeriggio di giugno, passeggiavo al Circeo con Pino quando lui all’improvviso mi fa: un giorno vorrei comprare una casa qui, dove ce l’avevano pure Pasolini e Moravia, ché a me il progresso e le industrie piacciono, eppure migliorarsi individualmente, come anche vivere nelle belle case. Io risi senza fiatare, come quando le mie convinzioni si voltano da un’altra parte lasciandomi solo davanti alle cose della vita: e mo’ rispondi tu, fanno loro, non possiamo consultare il manuale del perfetto pasoliniano qui al mare, facci fa’ un tuffo in pace. Anni dopo ho capito che Pino stava un po’ più avanti delle mie convinzioni, e ora che è morto sento di restituirgli una sottile verità che, insieme ad altre che ho conquistato negli anni, hanno ribaltato le mie convinzioni; nel frattempo erano diventate pallide come l’ingresso di un pronto soccorso d’ospedale.
    Arrivo a un’attuale convinzione: io Pasolini non l’ho conosciuto abbastanza. A parte il divorare gli Scritti corsari, svariati articoli e qualche poesia, già quando ho letto Ragazzi di vita ho fatto fatica a finirlo. Il Decameron lo vidi più volte con piacere ma Le 120 giornate di Salò era davvero pesante come film, troppo lontano da me. Così oggi la cosa più rispettosa da fare sarebbe rivedere bene Pasolini, con un approccio da pescare proprio in una delle sue rinomate ossessioni: non vi omologate!
So di aver detto qualche anno fa che la freschezza di Parise stava scansando per sempre Pasolini dal mio scaffale ideale, e oggi, dopo un lavaggio stirameno in lavatrice delle mie convinzioni, capisco che studiare, aspettare e divertirsi sia la miglior arte per avvicinarsi alla vecchiaia con stile, dimenticando quello che non ci appartiene più, e forse non ci è mai appartenuto davvero. Care vecchie e vigliacche convinzioni mie non perdonatemi: lasciate soltanto che scorra questo torrente di fatti e pensieri fino al loro affluente ancora ignoto.
Questo ieri.

Invece oggi.

   Alla fine ora abito in una villetta a schiera, e con la mia famiglia cerco di andare a tutte le domeniche gratuite nei musei, poi, ogni giorno, controllo nuove parole al vocabolario, e di altre ancora scopro la pronuncia sull’app del tablet: sogno che le cose che scrivo vadano dritte nella curiosità di alcuni scrittori che mi piacciono. Nei risvegli annoiati mando messaggi per stare anche nelle storie degli altri, ascoltandone le quiete risposte diaboliche: come stai? ma quando ci vediamo? Siamo diventati un insieme di sopravvissuti che cercano di scacciare via le epoche passate come se fossero soltanto delle zanzare giganti, in pomeriggi tutti uguali, dolci, afosi e misteriosi davanti alle nostre cialtrone convinzioni. E’ tutto quello che mi sta accadendo di buono oggi.